Giornata dello Spirito: gli appunti di Don Franco Anfossi

Gli appunti di Don Franco che ha utilizzato nella sua relazione sui Laici nella Chiesa che come al solito è risultata molto interessante.

Speriamo che possano servire ai singoli e alle Comunità per approfondire l’argomento

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I  LAICI  NELLA  CHIESA

Appunti personali  per avvicinare la LUMEN GENTIUM

Sembrerebbe facile precisare e verificare i ruoli e le responsabilità dei membri della chiesa.

Idealmente, potrebbe bastare la lettura di quanto ritroviamo nei testi della Nuova Alleanza (Vangeli, Atti e Lettere degli Apostoli), facendo anche riferimento a quanto hanno fatto e scritto i loro immediati successori.

Questo, in teoria.

In pratica, però, tra noi e loro esistono, da secoli, profonde e solide incrostazioni che non sono facilmente asportabili dal tessuto vivo della comunità ecclesiale di oggi: da una comunità profondamente fraterna, in cui i diversi ruoli e le diverse responsabilità non incrinavano la sostanziale ed effettiva comunione in fraternità, si è passati, gradualmente, ad una comunità sempre più estesa, ma anche fortemente divisa tra clero e laici.

I religiosi, per secoli, hanno fatto vita a sé!

Così, tra laici e clero, pur conservando in vita una teorica fraternità (nelle prediche ci si rivolgeva ai presenti con un: “Cari fratelli,…”), il solco si era di fatto, gradualmente, sempre più profondo, sino ad essere quasi invalicabile. Ne era segno la balaustra, che separava nettamente chi era all’altare e da chi stava nella parte riservata ai fedeli.

Sono passati quasi 20 secoli dall’inizio!

La storia, costituita da fatti concretamente vissuti, ha lasciato segni positivi straordinari, come confermano le moltitudini di Santi (canonizzati e non canonizzati!).

Ma ha lasciato anche ferite e cicatrici che non possono essere disattese: sono stati anche eretti muri e barriere che ancora delimitano recinti difficili da abbattere.

Non si dimentichi, poi, che la chiesa è addirittura diventata uno “Stato”, con tutte le logiche conseguenze! Giuridicamente lo è ancora, anche se il suo territorio è ormai ridotto ad un fazzoletto di terra.

Le responsabilità e le necessità dell’essere Stato e mantenere una corte, non erano facilmente compatibili con l’essere e agire come chiesa.

Il fatto che Gesù ritenesse incompatibile il suo ruolo di Capo del corpo che è la chiesa (Ef 4,15; 5,23; Col 1,18; 1 Cor 12,27; …) con quello di re, non ha mai turbato più di tanto il sonno dei Papi.

Eppure Gesù era stato chiaro:

Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo” (Gv 6,15).

Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Lc 20,25; Mt 22,2; Mc 12,7).

Pilato rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?» …..Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; ….. ». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»” (Gv 18,33s).

Paolo VI definirà “provvidenziale” la  breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, che mise fine ad una situazione sempre più insostenibile.

Constatiamo, però, che rimangono ancora abitudini e memorie non del tutto sepolte: qualche vischiosità residuale, purtroppo, è ancora presente!

Per avere un’idea chiara della volontà di Gesù, partiamo da un fatto concreto e facilmente verificabile: tra gli inizi ed i tempi attuali, esiste una consistente differenza nel coinvolgimento dei membri della comunità cristiana nelle azioni che qualificano e determinano l’essere e l’operare come chiesa; proviamo a verificarlo in relazione agli apporti delle componenti che definiamo come clero e laici.

Partendo dall’inizio, mediante un’essenziale ricerca storica, possiamo ripercorrere velocemente un cammino di quasi duemila anni, per verificare come, quando e perché siamo giunti all’attuale situazione.

Verificheremo così che la storia della riflessione sui laici è, in realtà, una riflessione sulla storia della percezione che la chiesa ha di se stessa!

(La chiamiamo, teologicamente “ecclesiologia”).

Vi sono implicati: la concezione generale del fatto chiamato “chiesa”; i rapporti intraecclesiali e quelli tra chiese e chiese, e tra chiesa e società; e la concezione del ministero ordinato, il concetto di vita cristiana, …

Occorre anzitutto ricordare che la parola “laico” non esiste nella NA[1].

La incontriamo, per la prima volta, in testi del secondo secolo a.C. che traducono in greco[2] i libri della PA (1 Sam 21,5s; Ez 22,26; 48,15), e con un significato ben preciso: all’interno della vita del primo Popolo di Dio viene detto “laico” tutto ciò che non è consacrato a Dio, che è del tutto profano.

Quindi: tutto ciò che non ha un particolare valore religioso.

Partendo da qui, nella primitiva letteratura cristiana fino al terzo secolo d.C., questo termine acquista, però, un diverso significato, quello di membro di un organismo, la chiesa, in cui occupa, di fatto, posto e ruolo del tutto marginali; viene, cioè, usato in opposizione a: vescovi, presbiteri e diaconi.

Ma senza intendere l’esistenza di una qualche forma di esclusione dall’organismo “chiesa”; cioè senza definirlo come “profano”; disconoscendo, quindi, il significato che aveva nella precedente tradizione.

Distinto, quindi, dai “responsabili”, ma pienamente e positivamente “dentro”!

Con questo significato, lo troviamo già usato nella lettera di Clemente di Roma ai Corinzi (+ 97); in tre brani di Clemente di Alessandria (+ tra il 211 e il 216); in uno di Origene (+ 254); …

Con questo significato, verrà quindi anche considerato il fatto della partecipazione delle autorità civili, particolarmente dell’imperatore, alla celebrazione dei concili.

Una partecipazione massiccia, e spesso determinante.

Per questo, nel medioevo, verrà spesso usato per indicare persone che hanno una rilevante responsabilità nella società, ma non fanno parte del clero: sono le parti elevate della società, che hanno precise responsabilità nel determinare la vita economica, sociale e politica.

I conflitti medioevali tra clero e laici non avranno nulla a che fare con il popolo di Dio di umili condizioni, ma saranno vissuti solo tra i capi delle due diverse realtà.

Il termine clero, partendo da un testo del nuovo testamento (la prima lettera di Pietro, 5,1-3)[3] sembra assumere gradualmente il significato di gruppo di persone che ha nella comunità un compito specifico: a loro, personalmente, sono affidate delle persone!

Sarà proprio dall’accentuazione di questo significato, che il termine laici assumerà una connotazione semplicemente negativa: laici sono coloro a cui, nella comunità, non vengono affidati quei compiti particolari; che non sono, quindi, clero!

Più chiara, è un’affermazione della Tradizione apostolica (attribuita al prete romano Ippolito), scritta intorno al 215 d.C.: “… del resto, l’ordinazione è limitata al clero che svolge un ufficio liturgico, mentre la vedova è istituita per la preghiera, che è dovere di tutti, …”.

Testi analoghi li ritroviamo in Origene, Tertulliano e Cipriano.

Questo fatto è considerato legato alla trasformazione dell’organizzazione ecclesiastica che, man mano, si viene realizzando nel tempo: il numero dei cristiani aumenta e l’organizzazione si deve adattare alle crescenti necessità; e anche all’influsso che la prassi, consolidata in fatti divenuti ormai “tradizionali” nelle diverse “chiese”, avrà sull’autocomprensione della chiesa intera.

L’affermazione della piena parità di tutti nel rapporto salvifico con Dio (siamo tutti figli di un unico Padre!), deve essere coniugata con la necessaria disuguaglianza per quanto concerne le funzioni; ma si tratta di due livelli ben diversi: l’essere e l’operare.

Occorre tener presente che la creatività dei primi cristiani non è tanto originale da inventare modelli organizzativi diversi, o alternativi, rispetto a quelli presenti nell’ambiente in cui essi, nelle diverse situazioni, continuano a vivere, sia quelli ebraici che quelli, poi, romani: la sinagoga e l’impero!

Solo lentamente, anche in relazione alle esperienze delle diverse chiese che vengono conosciute e verificate, ci si avvicina ad un uso comune nelle diverse situazioni e località.

L’organizzazione ecclesiale della NA appare così inizialmente frammentaria: non troviamo nessun tentativo sistematico, ma solo descrizioni di situazioni concrete.

Nelle risoluzioni da prendere, la scelta è considerata collegata ad un intervento dello Spirito Santo nella vita della comunità; è Lui la vera guida della chiesa!

Le scelte iniziali vedono, poi, una chiesa che opera “sinodalmente”[4]: c’è chi ha ricevuto direttamente da Gesù un compito di guida nella comunità (Pietro personalmente e gli Apostoli come “collegio”)[5], ma questo compito non viene esercitato in modo “monarchico”; nelle scelte importanti l’intera comunità viene invitata a partecipare.

Chiara ed illuminante è la conclusione del primo “concilio” celebrato a Gerusalemme intorno all’anno 48.

Il problema era teologicamente importante e pastoralmente decisivo: se il Messia è inviato al popolo ebraico, i pagani devono essere prima circoncisi (= diventare ebrei!) e poi essere battezzati, o basta il solo Battesimo?

Il racconto della lunga discussione viene concluso con accettazione unanime di quest’ultima scelta, che viene comunicata con queste parole:

Gli apostoli, gli anziani e tutta la chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba…E consegnarono loro la seguente lettera: “Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai pagani, salute! … Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, …” (At 15,22s).

“Apostoli, anziani ed tutta la chiesa” studiano e decidono insieme, con la guida dei responsabili designati!

Viene anche evidenziata la convinzione che quando la chiesa è unanime nel decidere, lo fa per l’intervento diretto dello Spirito Santo, il dono divino che era stato più volte promesso da Gesù (Gv 7,39; 14,26; 15,26; 16,13; 20,22).

Era chiara in tutti la convinzione che il cammino della chiesa non era nelle mani degli uomini, ma in quello dello Spirito che illuminava e guidava gli uomini!

La stessa modalità di azione verrà seguita per la decisione di eleggere Mattia come successore di Giuda, e nella costituzione e scelta dei “diaconi” (ne riparleremo!).

Come si può dedurre da queste righe, la contrapposizione tra Spirito e istituzione non è originaria della NA, ma ha solo una tardiva derivazione sociologica.

Nella vita della chiesa primitiva, è normale ed indiscussa l’autorità degli apostoli, degli “inviati”, scelti personalmente da Gesù (Lc 6,13)[6].

Apostolo” è un termine che, in senso pieno, non viene attribuito solo ai 12, ma anche a Paolo e Barnaba; e, per estensione, anche a Silvano e Timoteo (1 Ts 2,7) e ad altri: si tratta, nel caso, di missionari itineranti (di “inviati”) che offrono al mondo intero (Mc 16,15) il primo annuncio del Vangelo del Regno.

Abbiamo quindi due diversi significati del termine “apostoli”:

– i dodici,

– e altre persone che diffondono/annunciano il  Vangelo: tra loro troviamo anche una coppia di coniugi, Andronico e Giunia di cui Paolo parla in questi termini:

Salutate Andronìco e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me” (Rm 16,7)!

Il criterio dell’appartenenza al primitivo “gruppo dei 12”[7], viene evidenziato in occasione nella scelta di Mattia: l’essere stati con Gesù fin dall’inizio (dal battesimo di Giovanni), ed essere quindi, soprattutto, testimoni della sua resurrezione e ascensione (At 1,21-22).

Per precisare un’opportuna distinzione, in seguito userò il termine con iniziale maiuscola (Apostolo) per indicare un membro del gruppo di Dodici, o assimilato, e con la iniziale minuscola (apostolo) per indicare un annunciatore del Vangelo che non fa parte di quel gruppo.

Paolo ricorda con giusto orgoglio ai suoi lettori d’essere stato chiamato direttamente da Gesù, e di aver ricevuto personalmente da lui il contenuto del Vangelo che annuncia (Gal 1,11; 2,2).

E con fierezza, inizia spesso le lettere alle comunità qualificandosi come “apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio” (Rm 1,1; 1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1; Gal 1,1; Ef 1,1; Col 1,1).

È da questa particolare origine (una scelta da parte di Dio!) che si giustifica l’autorità degli Apostoli nelle chiese (1 Ts 2,6): nessuno è paragonabile a loro!

Gli Apostoli sono il necessario anello di congiunzione tra le nascenti comunità cristiane e la persona di Gesù, che per 40 giorni donò loro un supplemento concentrato di istruzioni sul tema del Regno, preoccupandosi anche di dare prove tangibili della sua risurrezione: solo dei testimoni convinti possono essere convincenti!

Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio” (At 1,3) .

Cosa Gesù abbia detto, non lo sapremo probabilmente mai!

Ma sappiamo quello che hanno fatto, e come lo hanno fatto! Non è poco!

Da quanto sappiamo, sembra che, normalmente, i Dodici Apostoli non entrino nella concreta gestione della vita delle comunità cristiane.

Sono invece, per queste, la condizione necessaria per la possibilità di esistere come tali: è in forza della loro predicazione che la comunità può costituirsi come comunità del Vangelo; ed è in forza della loro vigilanza che la comunità può mantenersi fedele al dono ricevuto.

Questa vigilanza si esercita direttamente (vedi le visite di Paolo alle comunità che ha fondato, e le lettere che invia loro), o mediante figure da loro designate (Tito, Timoteo, …), accanto a figure che sorgono poi spontaneamente nel corso degli eventi, ed esercitano funzioni utili alla vita della comunità.

Gli elenchi che Paolo ci propone, evidenziano che l’importanza data alle principali figure è in rapporto più all’annuncio che all’organizzazione:

Alcuni Dio li ha posti nella chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue” (1 Cor 12,28).

Voi siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2.20)

…è lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4,11)

Lo stesso Paolo, parlando di sé, afferma di essere stato chiamato per annunciare il Vangelo di Dio (Rm 1,1), precisando anche di non essere stato inviato per battezzare, ma per predicare (1 Cor 1,17); per questo affida ad un discepolo di sua fiducia il compito di accompagnare l’edificazione della comunità:

“Per questo ti ho lasciato a Creta, perché regolassi ciò che rimane da fare e perché stabilissi presbiteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato” (Tt 1,5).

Risulta evidente che, senza “la Parola”, non si potrebbero avere delle comunità cristiane. Di qui l’importanza data alle funzioni che sono legate alla Parola.

All’origine, comunque, c’è sempre lo Spirito; i soggetti che testimoniano sono sempre quelli che lo Spirito ha scelto (1 Cor 12,4s).

Per questi “apostoli”: si tratta di “laici”?

Alla domanda non si può rispondere, perché il termine non esiste nell’ambiente della NA.

Si può tuttavia affermare che le funzioni di annuncio ed approfondimento della Parola, non sono riservate ai Dodici Apostoli ed a persone investite di questo compito direttamente dagli Apostoli.

D’altra parte, la loro funzione non è fondativa: questa funzione è riservata agli Apostoli. Le altre funzioni elencate, sono considerate secondarie.

Il fatto si spiega con una semplice osservazione: la preoccupazione dei primi tempi non era di carattere organizzativo, ma era totalmente rivolta alla diffusione del Vangelo ed alla fondazione delle comunità.

L’Apostolo garantiva la fedeltà al Vangelo di Gesù, di cui era testimone.

È tale la novità di questa situazione affascinante, che il fatto organizzativo passa in secondo piano.

Si tenga anche presente che si trattava, inizialmente, di comunità molto piccole.

La scelta dei futuri “diaconi” per mantenere agli Apostoli il compito loro proprio, è, in questo senso, emblematica:

Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola” (At 6,2-4).

Questi “giovani” che inizialmente erano dedicati alle mense, verranno in seguito anche impegnati nella predicazione (Filippo “evangelizza”: At8, 5-12,40; anche battezza: 8,29-39; in At 21,8  è detto “evangelista”),

Cominciano, intanto, ad apparire alcuni nomi che distinguono i diversi servizi resi alla comunità: quando Paolo, prima di partire da Efeso, convoca gli anziani (i “presbiteri”) di quella chiesa, fatti convenire a Mileto, li chiama “vescovi”: il termine “presbitero” indica la posizione nella comunità, mentre “vescovo” (è da episcopéo, volgo lo sguardo intorno; quindi: ispettore, supervisore, sovrintendente) sottolinea la funzione (At 20,17s).

Inizialmente, questi termini, come risulta dal libro degli “Atti di/degli apostoli”, sono praticamente sovrapponibili; si giunse solo poi ad un chiarimento condiviso:

– il “vescovo” era uno solo per ogni comunità, ed aveva il compito di sovrintendere all’insieme;

– i “presbiteri” erano un certo numero, con il compito di svolgere i diversi servizi necessari alla vita della comunità, mantenendo un contatto costante con il “vescovo”.

È ancora Luca che, quando parla della comunità di Gerusalemme (At 15,2; 15,4-23)  e di altre comunità sparse (At 16,4), usa più volte la formula: “gli apostoli e gli anziani”.

La presenza di “anziani”, tipica delle comunità sinagogali, passa naturalmente nella struttura primaria delle prime comunità cristiane, che nascono in ambiente ebraico: si trattava del gruppo di “saggi” scelti per coordinare e guidare il cammino della comunità nelle scelte e nella loro realizzazione.

Queste funzioni o missioni vengono spesso accompagnate dal rito dell’imposizione delle mani.

Un rito, però, che ha una certa molteplicità di significati, essendo compiuta in relazione a diverse motivazioni e finalità: l’invio per una missione, la guarigione di un malato, l’effusione dello Spirito Santo sui battezzati, …(At 6,6; 8,17; 9,12; 13,31; 19,6; 28,8; 1 Tm 4,14; 5,22; 2 Tm 1,6).

Quello che conta, per Paolo, e per tutti, è la fedeltà all’originario progetto di Gesù. Questo vale più di tutto! Non, quindi, la struttura con cui realizzarlo!

Per tutti rimarrà norma ineludibile la fedeltà alla tradizione apostolica, garantita dalla regolare successione da persona a persona, partendo da un Apostolo!

Questo dato importante, con il tempo, creerà purtroppo degli amari problemi: di fatto questa “discendenza” verrà in seguito trasmessa solo a chi avrà compiti “sacerdotali”; toccherà ai soli “sacerdoti” esserne testimoni e custodi.

Nasce così, naturalmente, e inizialmente senza intenti polemici, la distinzione tra clero e laici!

In proposito, è necessario ricordare che inizialmente, sia nella NA che nei documenti immediatamente successivi, nessun cristiano viene designato con la qualifica di “sacerdote”.

La sola persona che riceve questo titolo è Gesù, unico, sommo e definitivo sacerdote. È il tema dell’intera lettera agli Ebrei.

L’autore, parlando della Scrittura che annuncia il futuro Messia, scrive:

Dopo aver detto: non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge,

soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.  Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati” (Eb 10,8-14).

Gesù è quindi stabilito, come unico ed eterno sacerdote!

Dignità “sacerdotale” viene invece riconosciuta, collettivamente, ai membri della chiesa: in quanto membra del corpo del Cristo, tutti, indistintamente, partecipano della sua dignità e funzione sia sacerdotale che regale (e anche profetica!):

Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo …voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1Pt 2,5.9).

A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli” (Ap 1,5).

Nei testi della NA, il termine “sacerdotale” sembra che faccia quindi riferimento più all’intera vita del cristiano che a gesti puramente cultuali: si tratta di una vita sacerdotale, piuttosto che di un ufficio di mediazione sacerdotale; da questa vita sacerdotale nasce infatti il “culto spirituale” che non è, propriamente, gesto liturgico:

Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).

Del resto, anche lo stesso sacerdozio di Cristo, nella lettera agli Ebrei, si muove più sul dono totale di sé (quindi nell’ambito vitale), che sulla semplice mediazione rituale, ormai radicalmente superata, con la fine della centralità del tempio.

La sua ritualità, con le sue regole e tradizioni, verrà ancora vissuta solo da una parte del nuovo popolo di Dio[8], secondo quanto Gesù aveva detto alla donna di Samaria:

Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi (samaritani) adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità»” (Gv 4,21-24).

Paolo ricorda agli efesini l’azione di Cristo che ha eliminato in sé stesso il muro che separava i pagani dai membri del primo popolo di Dio, mediante il dono di sé stesso, una volta per sempre:

Cristo Gesù “è la nostra pace,  colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, … annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.  Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,14-19),

Resta comunque evidente che a nessun cristiano potrà mai essere attribuito un carattere essenzialmente “profano”.

Tra i molti, basterà ricordare tre motivi.

Perché:

–  essi sono collegati vitalmente a Cristo,  come tralci della vite di cui Lui è il tronco (Gv 15,5), e come le membra di un unico corpo di cui Cristo è il capo (Rm 12,4s; 1 Cor 6,15; 1 Cor 12,12s; Ef 5,30; Col 1,18);

–         sono presentati come la vivente abitazione di Dio nella storia (1 Cor 3,16; 6,19-20; 2 Cor 6,16; Ef 2,22);

–         per tutto questo, sono detti, per ben 59 volte, “santi”, cioè: costituiti in santità, che è la stessa vita di Dio, l’unico cui spetta, in verità ed in pienezza, il titolo di Santo, nella Prima come nella Nuova Alleanza.

Riassumendo:

Risulta dai testi che nelle prime comunità esistono dei responsabili ai quali i membri delle comunità fanno riferimento; Paolo parla esplicitamente del dovere dell’obbe-dienza e del rispetto (2 Cor 7,14; 9,13; Fil 2,12; Col 3,6; 1 Ts 5,12; 2 Ts 3,14; Eb 13,7), ricordando anche l’obbligo di compensarli per le necessità che sopravverranno in ragione di quanto fanno a loro vantaggio (Gal 6,6; 1 Cor 9,11; Rm 15,27).

Gli Apostoli hanno chiara coscienza di avere non solo il diritto, ma soprattutto il dovere, di usare l’autorità che hanno ricevuto: è un servizio che devono rendere, ovviamente, in stile evangelico (Mt 20,26; Mc 10,43; Lc 22,26)!

Paolo esercita funzioni che sono legate all’oggettiva “autorità” che gli deriva dal fatto di essere Apostolo scelto direttamente da Gesù Cristo, come furono scelti, personalmente, anche gli altri (cfr. Lc 6,12-13):

Non abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo” (1 Ts 2,6).

In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene” (2 Cor 10,8).

Paolo comunica questa “autorità” ai suoi diretti collaboratori che lascia a servizio delle chiese che ha fondato:

Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno osi disprezzarti!” (Tt 2,15).

Avere autorità consiste anche, quando è necessario, nel dover dare norme concrete di comportamento. Può anche rendersi necessario agire con decisione e severità, se qualcosa mina, alla base, la vita e la credibilità della comunità cristiana.

Il caso dell’anatéma.[9]

La radice del termine è discussa. Personalmente, preferisco la derivazione del verbo anatèmno, che significa appunto: tagliare.

Il testo:

Si sente da per tutto parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani, al punto che uno convive con la moglie di suo padre … Orbene, io, assente col corpo ma presente con lo spirito, ho già giudicato come se fossi presente, colui che ha compiuto tale azione: nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati insieme voi e il mio spirito, con il potere del Signore nostro Gesù, questo individuo sia dato in balìa di satana per la rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore” (1 Cor 5,1-5).

Un tale comportamento aveva un’azione nociva sulla comunità cristiana.

Anzitutto per il fatto che un suo membro rendesse meno viva la fedeltà alle indicazioni divine;

e anche perché di fronte ai pagani rendeva meno accettabile questo nuovo modo di vivere e credere: nessuno avrebbe mai accettato di far parte di un gruppo che permettesse cose simili!

Quella di Paolo è, quindi, un’azione decisa con chiara ed esplicita funzione “medicinale”!

Non è l’unico caso:

“… tra essi Imenèo e Alessandro, che ho consegnato a satana perché imparino a non più bestemmiare” (1 Tim 1,20).

Nella lettera ai cristiani di Salonicco (allora: Tessalonica) Paolo chiarisce cosa vuol dire “separare”, e quale ne sia lo spirito:

Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello” (2 Tess 3,14s).

A Corinto, la medicina deve aver sortito l’effetto sperato, se nella sua seconda lettera Paolo scrive:

Per quel tale però è già sufficiente il castigo che gli è venuto dai più, cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo, perché egli non soccomba sotto un dolore troppo forte. Vi esorto quindi a far prevalere nei suoi riguardi la carità

(2 Cor 2,5-8).

Coloro che hanno responsabilità di conduzione, non sono però più cristiani degli altri; devono semplicemente vivere da cristiani la responsabilità loro affidata.

Sono e rimangono sempre dei “fratelli”!

Il Vescovo di Ippona, Sant’Agostino si presenta così ai suoi fedeli:

“Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”.

Questa è la novità rispetto a quanto si pensava in quei tempi ed in quell’ambiente, sia ellenistico che sinagogale.

La funzione ministeriale non è un puro ruolo gratificante, ma un semplice servizio al Vangelo suscitato dallo Spirito, che ne guida la diffusione, e garantisce la fedeltà al deposito ricevuto.

Per dare opportune indicazioni sul concreto modo di operare, la NA fa più volte riferimento al comportamento di Gesù, come esempio per chi ha un ruolo da compiere a vantaggio della comunità dei fratelli:

Mc 10,42s; Mt 20,24s;Lc 22,24s; At 20,28s; 1 Pt 5,1s; Gv 21,15s.

Occorre non dimenticare che il rapporto Cristo/cristiani, nella convinzione comune e condivisa nelle chiese primitive, non ha bisogno di intermediari: tra capo e membra, come tra vite e tralci, c’è piena e totale continuità.

Si può quindi dire che le differenze di ruoli esistono, e sono sentite come elemento naturale della vita delle prime comunità, senza che si creino steccati o barriere nei rapporti interpersonali: Pietro e Paolo erano sempre, e per tutti, anzitutto dei “fratelli”!

Questo non negava nulla della responsabilità e del ruolo che erano ad essi riconosciuti.

Proprio per questo, Paolo deve rimproverare Pietro quando, con il suo comportamento, può indurre i fratelli a dubitare delle scelte fatte e condivise (vedi in Gal 2,11-14).

In seguito, su queste ovvie distinzioni di ruoli e compiti, saranno poste le basi per una definizione più organica della differenziazione tra i capi e gli altri credenti.

Il termine laici, che verrà in seguito attribuito ad una parte dei membri della chiesa, non sarà che il prendere atto di una situazione ormai, di fatto, consolidata.

Proviamo a ricordare alcuni passaggi del cammino che porterà, da queste premesse già consolidate, alla situazione di oggi, ed alle prospettive che si intravedono per il domani.

Il cammino di modifica avviene sul tema del sacerdozio: la diffusa iniziale ministerialità tra fratelli non ancora divisi in classi, viene gradualmente limitata, per il titolo, ad una classe di “separati”: si passa, gradualmente, dal “popolo sacerdotale” ai “sacerdoti”.

Non più “presbiteri”, ma “sacerdoti”.

Lentamente (direi: quasi inesorabilmente!) si passa da una ministerialità diffusa ad una concentrazione di tutto questo capitolo nelle mani del sacerdote, che ne diviene responsabile, per tutto, in prima persona.

I diversi uffici e ministeri vengono da lui assunti, e poi delegati ad altri; ma la responsabilità rimane tutta nel solo sacerdote!

Nasce così il concetto di gerarchia: dalla concezione neotestamentaria di organismo diversificato, ma unitario e vitalmente collegato (vite-tralci, capo-membra), si passa a quella pagana di gerarchia, anche se ci si basa, ideologicamente, sull’esempio dei cerchi celesti, che intrigavano non poco la fantasia tra il IV ed il V secolo.

Si comincia così a parlare di clero come classe separata.

A metà del IV secolo, in una lettera attribuita (falsamente) a Papa Clemente I (+ 101), si legge: Il corpo della chiesa assomiglia ad una grande nave che in una violenta tempesta trasporta uomini di provenienza diversa che vogliono abitare la città del buon regno. Guardate a Dio come al capitano, a Cristo come al pilota, al vescovo come alla vedetta, ai presbiteri come ai responsabili dell’equipaggio, ai diaconi come ai capi dei rematori, ai catechisti come agli ufficiali di reclutamento, alla generalità dei fratelli come ai passeggeri!

I “laici”, sono  solo passeggeri o rematori!

Chi non appartiene alla gerarchia è, quindi, un puro recettore; e non ha nulla da fare se non lasciarsi guidare e obbedire.

Il clima della NA è ormai lontano anni luce!

Per onestà, occorre anche dire che, oggettivamente, il clima di fondo della vita delle chiese del tempo è ormai radicalmente mutato: di fronte alle ricorrenti eresie, occorre difendere strenuamente l’integrità della fede.

Sta poi anche iniziando un forte impegno missionario che assorbe molte delle energie presenti nelle comunità.

E le comunità, poi, non sono più piccole, ma diventano sempre più grandi; e composte da membri non sempre accuratamente preparati.

Magari anche da arrivisti che sperano di guadagnare qualcosa entrando tra i cristiani: il cristianesimo è diventata ormai religione di stato ed è, oggettivamente, la più diffusa!

Il passaggio dall’epoca patristica al medioevo avviene con gradualità.

Con la conversione al cristianesimo degli imperatori, si tende a considerare chiesa e impero come un fatto sostanzialmente unitario.

Il concilio di  Nicea, nato per dirimere definitivamente la questione dell’eresia ariana[10], che minacciava di provocare un’ampia e insanabile frattura nella chiesa (e quindi anche nell’impero!), non è convocato dal Papa, ma dall’imperatore Costantino, nel 325.

Il Papa, rappresentato dai suoi legati, ne avrà la presidenza!

L’imperatore pagherà le spese dell’evento, e si impegnerà, poi, a farne osservare le delibere![11]

Nel medioevo, si pone al centro dell’attenzione della comunità cristiana l’icona del regno di Cristo, che si realizza nella storia mediante l’azione di due distinti poteri: religioso e civile.

Anch’essi, però, devono essere messi nel giusto ordine!

Papa Gelasio II (nel 494) aveva scritto all’imperatore Anastasio:

“Il mondo è retto da due istanze primaziali: l’autorità sacra dei pontefici, e la potestà regale. Tra di esse il compito dei sacerdoti è tanto più importante per il fatto che dovranno rispondere di fronte a Dio anche per i re”.

L’intera società viene così divisa in “ordini”, che assumono, gradualmente, una valenza anche teologica.

Nelle diverse modalità di classificazione, è costante l’ordinamento tripartito, che ha in comune solo il fatto che ai laici viene sempre attribuito l’ultimo posto!

Per allora, era una soluzione logica: in una società sacralizzata staranno all’ultimo posto coloro che non svolgono azioni “sacre”; i primi posti sono ovviamente riservati a coloro che hanno un tipo di vita più vicino a quello di Cristo e degli Apostoli.

Nascono così diversi modi di mettere in ordine decrescente i membri della chiesa:

–         contemplativi e/o vergini

–         prelati e teologi

–         quanti si occupano delle cose del mondo

–         martiri

–         vergini

–         sposati

–         dottori

–         continenti

–         coniugati

Appare evidente l’influsso di Cassiano, un ascoltato monaco dell’est europeo, che morì nel 432: i suoi scritti indirizzarono fortemente, per molti secoli, la concezione della vita spirituale.

Cassiano sostiene che la perfezione è possibile solo nella vita del monaco; le altre due vie (clero e laici) non possono condurre alla vetta!

Di fatto, poi, nel rapporto intraecclesiale si stabilizza una bipartizione piuttosto che una tripartizione: solo clero e laici!

I religiosi verranno quasi dimenticati: fanno vita a parte, con relazioni complementari, o contrapposte, secondo le circostanze.

Comunque, la dignità di essere messi in ordine non è per tutti: il titolo di laici viene ancora riservato ai soli laici che contano: autorità e ricchi.

Viene poi teorizzata un ripartizione che a noi sembra irrazionale, ma ebbe seguito.

Isidoro di Siviglia (+ 636) aveva scritto:

“Popolo è una porzione di umanità aggregata che consente su norme proprie, e vive nella concordia ed in comunione. Popolo è altra cosa rispetto alla plebe, per il fatto che il popolo è costituito da tutti i cittadini compresi i maggiorenti della città, plebe è il volgo senza i maggiorenti”!

La società medioevale è una società aristocratica: nella mentalità corrente, conta più il gruppo di appartenenza che la singola persona.

Chi fa parte della plebe, rimane così sempre all’ultimo posto, sia di fronte al clero che di fronte all’autorità civile.

Il “Decretum” di Graziano (monaco a Bologna, nella prima metà del XIII secolo) è una raccolta di testi relativi ai chierici; solo in relazione a loro si parla anche di laici.

Il testo porrà le basi per la canonistica successiva.

Ha origine da lui il logo: “Duo sunt genera christianorum: clerici et laici” che sarà ancora presente nella legislazione del CJC[12] del 1917 (can. 948), sino al concilio Vaticano II.

Dei laici si dice solo che sono cristiani; che ad essi è permesso quello che ai chierici non è permesso (sposarsi, coltivare la terra, giudicare tra uomo e uomo, trattare cause in tribunale, deporre offerte sull’altare, pagare le decime); e si aggiunge che potranno salvarsi se eviteranno il vizio e faranno del bene!

Con Graziano, il passo dalla differenza alla separazione in due distinti ordini è ormai fatale, invitabile: nella “Summa al decreto di Graziano”, un commentatore, Stefano di Tournai, scrive circa l’anno 1160:

“Nella stessa città ci sono due popoli sotto il medesimo re, e di conseguenza due vite, in forza delle quali ci sono due autorità; a queste corrispondono due ordinamenti giuridici. La città è la chiesa; il re è Cristo; i due popoli sono i due ordini della chiesa, i chierici ed i laici; le due vite quella spirituale e quella carnale, le due autorità il sacerdozio ed il regno; la duplice giurisdizione, il diritto divino e quello umano.

Da’ a ciascuno quanto spetta, e tutto sarà in ordine”.

Qualcosa, però, sta intanto lentamente cambiando: una nuova concezione del lavoro (non più dura penitenza, ma partecipazione all’opera creatrice di Dio) apre ad una diversa considerazione per chi lavora.

Non sono pochi i commenti a Genesi 2 che ne evidenziano la positività:

Dio stesso ha posto Adamo “nel giardino perché lo governasse e lo custodisse” (Gen 2,15); quindi il lavoro umano ha origine da una “missio” divina!

Giacomo di Vitry[13] scrive che per rinunciare al mondo non è necessario lasciarlo; basta vivere secondo il Battesimo: il Vangelo può fare, dei credenti, dei veri “regolari”[14].

Si fanno quindi più attenti e organici i tentativi di formazione alla vita cristiana di quanti, prima, erano spesso lasciati fuori da forme di educazione religiosa più solida.

Ci sono segni interessanti che evidenziano queste novità: Papa Innocenzo III[15], per la prima volta nella storia, canonizza, nel 1199, un laico, Omobono Tucenghi, di Cremona, sposato e padre di famiglia, che unisce all’impegno professionale di mercante di stoffe l’assistenza ai poveri, e l’insegnamento della dottrina cristiana.

È solo uno dei non pochi rappresentanti di un ceto laicale che, senza lasciare il mondo, persegue una vita apostolica, ormai non più appannaggio dei soli monaci.

Così, finalmente, lo stato matrimoniale viene considerato elemento sacro che può (deve!) inserire vitalmente nella vita della società e della chiesa.

Un frate minore, Bertoldo di Ratisbona (sec. XIII) scriverà:

“Dio ha santificato il matrimonio più che ogni altro ordine al mondo, più che i frati scalzi, i frati predicatori, o i monaci grigi che, su questo punto, non possono compararsi al santo matrimonio. Non ci si può dimenticare di questo ordine; Dio infatti lo ha comandato, mentre gli altri li ha solo consigliati!

Il regno dei cieli non più riservato ai monaci!

Anzi: si prova persino a dire che il matrimonio, come “Sacramento”, è  ovviamente superiore ai voti dei religiosi! I voti dei monaci sono istituzioni umane, anche se prendono spunto da puri consigli evangelici!

Intanto, vescovi e monaci, nel periodo carolingio, scrivono interessanti opere per la formazione della plebe alla vita cristiana.

Non sono di altissimo livello, ma sono segno di una nuova sensibilità.

Il diffuso fenomeno dei pellegrinaggi alimenta, intanto, una spiritualità che è ricerca dell’essenziale.

Il pellegrinaggio diventa un modo stimolante, soprattutto per il laici, di vivere un’e-sperienza che fa considerare in un’ottica diversa la vita: chi parte solo, o in piccolo gruppo, senza sicurezze, totalmente abbandonato alla carità di chi incontra, e si avvia verso Santiago, San Michele al Gargano, Roma o verso la Terra Santa, … tornerà a casa (se tornerà!) con una visione nuova di ciò che conta o non conta nella vita; farà un’esperienza che lo segnerà indelebilmente per il resto della sua vita.

Ad un fatto di tale portata era logico che dalla chiesa venisse affidato un dono significativo, una “indulgenza” che prendesse atto della trasformazione che era intervenuta! E che doveva essere portata avanti.

Il pellegrinaggio di oggi, pur meritevole di attenzione, anche se vissuto bene, non è assolutamente paragonabile a quello antico.

Anche il mondo monastico, intanto, sente la necessita di una riforma: la ricchezza che trasuda dalle mura delle abbazie, non si addice ad una scelta di totale distacco: come si fa a “vivere poveramente” in un monastero ricco e potente?

Nel secolo XI la spinta viene dall’Abbazia di Cluny, con una coraggiosa ricerca di austerità; e come segno, anche, di un nuovo indirizzo che avrà presa sulla vita dell’intera chiesa, soprattutto per opera del Papa Gregorio VII, che era stato, appunto, monaco di quell’Abbazia.

Rimane aperto il secolare problema delle relazioni tra l’autorità ecclesiastica e quella civile, gratificata un’altra volta, ufficialmente, dall’impegno di agire nell’ambito del sacro: il sacro romano impero di Carlo Magno ha lasciato un segno!

Lo stesso imperatore aveva infatti rivendicato per sé ruoli che erano stati ormai quasi dimenticati: come gli imperatori di Bisanzio, Carlo convoca dei sinodi, promulga dei canoni, è autore di decreti sulla liturgia, …

Di fronte all’inerzia del clero, l’imperatore si sentiva responsabile di provvedere al miglioramento del territorio su cui esercitava il potere “in nome di Dio”.

Nel corso dei conflitti che più volte sorgeranno, verrà più volte ribadita la superiorità del potere papale, anche se il concilio Lateranense IV (1225), fondandosi sul principio evangelico del dare a Cesare e a Dio quello che loro spetta (Mc 12,17), dichiara che come i laici non devono usurpare i diritti dei chierici, così i chierici non devono rivendicare i diritti dei laici.

Ci si sta intanto avvicinando ad una concezione laicale del potere temporale; più in teoria, però, che in pratica.

Il secolo XIII è il secolo della disputa sulla supremazia nella società: il lungo conflitto tra Papa Bonifacio VIII e Filippo il Bello (re di Francia, + 1314) segnerà in profondità le vicende del secolo.

Con la bolla “Unam sanctam”, del 1302, Papa Bonifacio richiama la necessità per tutti di sottostare al romano pontefice.

Questi fatti rivelano quanto sia difficile mantenere una corretta e condivisa distinzione tra spirituale e temporale.

La teologia compie intanto qualche timido passo: Guglielmo di Occam, nel 1334, sostiene la possibilità per ogni credente di intervenire nelle questioni di fede.

Questa volta, per “laici” non si intendono semplicemente i potenti, ma quanti non sono ordinati e non sono monaci.

Nascerà da questi laici, talvolta in modo ingenuo, ma sincero, un profondo desiderio di riforma nella vita della chiesa.

I movimenti religiosi popolari dell’inizio del secondo millennio segneranno in profondità il futuro della vita della chiesa.

Pietro Valdo, ricco mercante di Lione, vuole ricostituire la vita cristiana del suo tempo puntando sulla povertà; chiamerà il suo movimento dei “poveri in spirito”, secondo l’indicazione evangelica (Mt 5,3).

Furono chiamati dal popolo, “i poveri di Lione”.

Papa Alessandro III, nel 1179, concederà loro il diritto a vivere in povertà, ma limiterà il diritto di predicare all’assenso dei sacerdoti delle zone nelle quali essi dimorano.

L’esplicita necessità di ottenere l’autorizzazione alla predicazione, dovette compromettere i rapporti fra i Poveri di Lione e l’arcivescovo di Lione, Giovanni Bellemani: fra loro si videro predicare anche delle donne (lo conferma Goffredo d’Auxerre, Abate di Chiaravalle e poi di Fossanova, che partecipò al  IV Concilio Lateranense nel 1215.

Insieme con la forte critica alle ricchezze e all’immoralità del clero, l’esistenza di un movimento che non intendeva lasciarsi integrare nella locale tradizione ecclesiastica dovette apparire particolarmente intollerabile a un vescovo della durezza di Giovanni Bellemani.

Nel 1182, l’arcivescovo decretò la loro espulsione dalla diocesi di Lione.

Stefano di Borbone (inquisitore domenicano, +1256) riferisce del divieto di predicazione intimato nel palazzo arcivescovile di Lione a Pietro Valdo, che rifiutò, vantando il dovere di obbedire a Dio prima che agli uomini (cfr. At 5,29).

Pietro Valdo morirà nel 1206 o 1207.

Così, scrive Stefano, «i valdesi, dalla presunzione e dall’usurpazione dell’ufficio apostolico, caddero nella disubbidienza, poi nella contumacia e poi nella sentenza di scomunica».

Nel corso del IV Concilio Ecumenico Lateranense (1215), il movimento valdese verrà ufficialmente e definitivamente scomunicato.

Il movimento continuerà; ed è giunto sino ad oggi: i valdesi hanno accolto alcuni aspetti della Riforma, ma rimangono gelosamente fedeli alle scelte iniziali.

Appare però interessante il fatto che, inizialmente, non si neghi ai laici la possibilità di predicare, anche se la si condiziona ad un assenso del clero.

Il motivo viene chiaramente enunciato: di fronte al pullulare di movimenti ereticali, occorreva una verifica per non diffondere germi velenosi.

Trent’anni dopo, San Francesco, avrà direttamente dal Papa Innocenzo III, nel 1210, oltre che quello della povertà, anche il permesso della predicazione: evidentemente il pericolo di deviazioni non era più considerato, almeno qui,  attuale.

L’equivalenza: “laico uguale ignorante nelle cose di fede”, comincia quindi ad essere messa in discussione, con conseguenze che diventeranno importanti nel futuro.

Comincia a farsi largo la convinzione che il posto del battezzato nella chiesa non è deciso dalla funzione che egli svolge, ma dalla fede che condivide e dalla vita che conduce.

La chiesa non coinciderebbe con la sola gerarchia, ma con “un popolo ordinato”.

Sarà nel decidere il “come” e il “quanto” occorre rispettare l’ordine, che si giocherà l’avvenire della chiesa: le spinte alla laicizzazione della chiesa e alla riforma della società, spingeranno alla ricerca di un nuovo ordine.

La riforma protestante non scoppierà dal nulla; sarà invece il risultato di tendenze sino ad allora solo controllate.

Le dottrine sono spesso influenzate dalle situazioni concrete: le particolari sottoli-neature dipendono, in buona parte, dall’intento che spinge gli autori a formularle e ad esporle.

I riformatori evidenziano particolarmente, nella loro ricerca, ciò che è comune a tutti i cristiani, nell’intento esplicito di contestare il modo di vivere dei pastori, ricorrendo, in modo non sempre corretto, al pensiero neotestamentario.

La riforma nasce con intenti eminentemente pratici: inizialmente, nessuno pensa ad una nuova chiesa, ma a ritornare alla chiesa vera, quella delle origini, che la chiesa romana ha purtroppo tradito.

È quindi ovvio tornare alle Scritture, che sono il fondamento originario della vicenda cristiana, superando le indebite differenziazioni che “i papisti” hanno introdotto.

È comune, in tutti, la tendenza a opporre una chiesa interiore, invisibile, conosciuta solo da Dio, ad una chiesa esteriore, visibile, costituita da uomini; e sulla quale alcuni si arrogano un indebito potere.

L’intento è quello di provocare una radicale trasformazione dei costumi, sia della gerarchia che dei laici, ponendo a base il Vangelo come norma assoluta.

È implicito che il fine è anche quello di sottrarre la chiesa al clero ricco e corrotto, per restituirla alla purezza originaria.

È facile comprendere come questo programma potesse affascinare gli spiriti più attenti e più sensibili.

Ed è anche facile comprendere la reazione dell’autorità ecclesiastica, che tende a difendere il senso autentico della gerarchia ecclesiale, al di là dei vizi e delle storture del clero.

Il pensiero dei riformatori, con diverse sfumature, si rivolge alla rivalutazione del sacerdozio comune, puntando sulla descrizione della chiesa come “comunione dei santi”.

È la nozione più tradizionale, già proposta dal “Simbolo degli apostoli”, e riproposta da Agostino e da tutto il medioevo. Quindi,  per sé, assolutamente garantita!

L’interpretazione, però, è originale: questa chiesa invisibile, si rende percepibile attraverso dei segni, che sono la pura predicazione della Parola, e la retta amministrazione dei sacramenti. La chiesa è vera solo dove questo viene realizzato.

Il criterio non è più la fedeltà al ministero ordinato, ma direttamente al Cristo e al suo messaggio.

Per Lutero, il rapporto tra Cristo e la comunità è diretto e immediato.

La pretesa dell’autorità della Chiesa romana di mediare la salvezza, e di governare i fedeli come rappresentante di Cristo sacerdote, è radicalmente svuotata.

Resta, come logica conseguenza, che laico e sacerdote indicano la stessa realtà, cioè l’incorporazione battesimale in Cristo.

In questo senso, anche il ministro consacrato è un “laico”!

Lo sviluppo del pensiero di Lutero ammetterà, poi, che alcuni vengano “costituiti ministri”, ma senza ammettere una differenza radicale con gli altri membri della comunità: esercitano semplicemente un ministero.

Ma questo ridimensionamento del sacerdozio “particolare” consacrato, suscita la reazione preoccupata del concilio di Trento.

Il cammino delle chiese sarà segnato, per secoli, da questa profonda distinzione.

I recenti dialoghi ecumenici sul tema del ministero, hanno evidenziato che la polemica poteva avere anche altre soluzioni.

Di fronte alle istanze della riforma, l’atteggiamento della chiesa di Roma fu inizialmente di ascolto dubbioso, e poi di netto rifiuto.

Già il concilio Lateranense V (1512-1517) aveva riconosciuto la necessità di una riforma, e l’aveva anche tentata, ma con scarsi risultati.

Ora, però, si profilava una pericolosa scissione all’interno del tessuto ecclesiale: c’era pericolo che si introducessero forme di pensiero, e di prassi, difformi dalla tradizione. La necessità di un concilio apparve ovvia.

L’attenzione del concilio, convocato a Trento (dal 1545 al 1563), si orientò inizialmente, e soprattutto, sul modo di concepire il sacerdozio e, di conseguenza, l’Eucaristia.

La volontà di difesa era totale: senza negare il “sacerdozio comune dei fedeli”, però, in concreto, lo si sminuiva notevolmente.

Alcuni vescovi difesero il concetto del sacerdozio comune, essendo contenuto nel patrimonio dottrinale della chiesa.

L’ammettere, però, che fossero i fedeli a designare chi doveva offrire questo ministero, significava misconoscere la necessità dell’ordinazione; e quindi la validità dei sacramenti.

Si negava la sacra gerarchia, ed il suo ruolo di rappresentanza di Cristo.

Il concilio affermò l’esistenza di un sacerdozio visibile ed esterno distribuito da Cristo in vista del sacrificio eucaristico e della remissione dei peccati.

La prospettiva di questa definizione era piuttosto limitata: non si voleva costruire una dottrina completa sul sacramento dell’ordine; e, tanto meno, una riflessione compiuta sulla condizione dei cristiani in sé.

L’intento polemico orientò il testo verso la precisazione dell’esistenza di un sacerdozio particolare, senza negare quello comune, che era ritenuto interno e invisibile.

La riflessione successiva su questi canoni, commise però l’errore di confondere queste poche affermazioni come una dottrina completa sul sacerdozio.

Le conseguenze furono pesanti!

Motivo concreto e immediato di discussione, fu la possibilità di concedere la comunione dal calice anche ai fedeli.

La maggioranza dei padri riteneva che fosse possibile, dato che era comune all’inizio; e che alcune chiese (ad es. quella boema, nel 1436) ne avevano avuto l’esplicito permesso.

Ma per non fare concessioni ai protestanti, non se ne fece nulla.

In concreto, i laici escono dal concilio di Trento senza i riconoscimenti che i riformatori avevano chiesto.

Il concilio di Trento, anche se questa non era l’intenzione dei Padri, determinò in campo cattolico, nei secoli immediatamente successivi, una forte spinta alla clericalizzazione della vita ecclesiale.

Il concilio riconosceva che la denuncia della Riforma meritava attenzione; e che alcuni aspetti della vita ecclesiale, soprattutto nel clero, dovevano essere corretti.

Tra questi,  la preparazione del clero, particolarmente in ordine alla predicazione.

L’istituzione dei seminari doveva rispondere a questa esigenza.

Questa insistenza, però, sulla formazione del solo clero, e la sopravalutazione del solo sacerdozio ministeriale, produssero l’allargarsi della distanza tra il clero e i semplici fedeli.

Così l’esaltazione teologica del sacerdozio ministeriale produsse, di fatto, un oscuramento delle vere istanze dei riformatori circa il sacerdozio di tutti i fedeli.

Ai laici non rimaneva che obbedire, in quanto destinatari dell’azione pastorale del clero: erano solo oggetto, e nemmeno collaboratori nell’azione pastorale ecclesiale!

La dottrina conciliare fu ribadita e divulgata dal catechismo romano (1566), che i parroci dovevano usare come manuale per l’istruzione dei fedeli.

Il sacerdozio comune vi è proposto solo come fatto interiore.

Intanto, sorge, e si sviluppa, un fenomeno nuovo, motivato sia teologicamente che praticamente: la nascita e l’organizzazione delle confraternite.

A partire dal ‘400, le confraternite tendono a diventare luogo d’incontro soprattutto di laici ricchi e arricchiti, come associazioni laiche che gestiscono un patrimonio e organizzano, con un largo margine di indipendenza, la loro vita.

Ai vescovi è affidata la visita e l’emanazione di norme generali.

Le confraternite si prefiggono la salvezza dell’anima dei membri mediante la partecipazione, in vita e in morte, ai meriti delle buone opere e delle preghiere dei confratelli.

È forte l’impegno assistenziale.

Sono presenti, al loro interno, soprattutto, gli ordini mendicanti.

Fu un’occasione importante per i laici, che sperimentavano così, in ambiente cristiano, un certo concreto distacco dalla gerarchia e dalle parrocchie.

Queste caratteristiche sono presenti ancora oggi.

L’autorità ecclesiastica si sentiva però minacciata; fu naturale serrare i ranghi e arroccarsi sulla difesa.

La distinzione tra “chiesa discente” e “chiesa docente”, entrata da tempo nella riflessione teologica, subisce un ulteriore accentuazione; si conferma che il compito dei laici è quello di lasciarsi guidare.

Questa corrente di pensiero viene raccolta e codificata da Pio X (1906) nell’enciclica “Vehementer nos”, che voleva essere, immediatamente e direttamente, una decisa protesta contro la legislazione governativa francese sulla religione; ma che, al suo interno, conteneva espressione forti e nette:

“La sacra scrittura ci insegna, e la tradizione dei padri ci conferma, che la chiesa è il corpo mistico di Gesù Cristo, corpo retto da pastori e da dottori; cioè: una società di uomini in seno alla quale si trovano dei capi che hanno pieni e perfetti poteri per governare, per insegnare, e per giudicare.

Ne risulta che la chiesa è, per sua natura, una società ineguale, cioè una società formata da due categorie di persone: i pastori e il gregge.

Queste categorie sono così nettamente distinte tra loro, che solo nel corpo pastorale risiedono il diritto e l’autorità necessaria per promuovere e indirizzare tutti i membri verso le finalità sociali; e che la moltitudine non ha altro dovere che di lasciarsi guidare e di seguire, come docile gregge, i suoi pastori”.

Il testo nasce, dicevo, come difesa da ingerenze inaccettabili; ma indica chiaramente il modo di intendere il rapporto tra i laici e la gerarchia nella chiesa del tempo.

Nella seconda metà dell’800, alcuni pensatori immettono però nella società contemporanea concetti e prospettive che sono inizialmente rifiutate, o accettate con riserva, ma che, sopravvissute all’ostracismo ecclesiastico, apriranno, in seguito, ad approfondimenti ricchi e decisivi.

Il primo è John Henry Newman, un anglicano convertito al cattolicesimo e futuro cardinale, che scrive un saggio sulla consultazione dei fedeli in materie dottrinale.

Riferendosi al fatto che per la definizione dogmatica dell’Immacolata furono inter-pellati anche dei laici, in omaggio al principio che il “sensus fidelium” ed il loro “consensus” sono un tipo di prova ammessa per procedere ad una definizione dogmatica, porta avanti il discorso, aprendo spiragli che in seguito avrebbero permesso più ampi sviluppi.

Fu attaccato duramente, ma fu difeso dal Card. Henry Edward Manning.

Il sacerdote Antonio Rosmini (1797-1855), nei suoi corsi di filosofia del diritto, sostiene che per il carattere sacerdotale conferito nel Battesimo, ogni fedele partecipa in qualche modo a ciascuno dei sette poteri della chiesa universale che sono tipici, in modo più ampio, di coloro che sono rivestiti del sacerdozio esterno.

Questi poteri sono:

Costituente,

Liturgico,

Eucaristico,

Sciogliere/legare e medicinale,

Ierogenetico,

Didattico,

Ordinativo.

Rosmini è preoccupato di rendere partecipi i fedeli alla vita della loro chiesa, in modo attivo, senza togliere valore alle responsabilità ed ai compiti della gerarchia.

L’opera più nota, è il saggio: “Delle cinque piaghe della chiesa”, scritto tra il 1832 ed il 1847.

Come Newman, anche Rosmini non avrà fortuna: il libro, nel 1849, verrà iscritto nel “Indice dei libri proibiti”; quindi condannato[16].

Ma le idee messe in circolo, avranno forza per germinare, con frutti fecondi, in tempi e situazioni più propizie.

È una legge tipica della storia delle idee: agiscono spesso oltre i soggetti che le pensano, in quanto sono verità che appaiono tali solo quando riceveranno il consenso generale.

Sono quindi semi preziosi da cui nasceranno frutti.

Lo stesso concilio Vaticano I fu voluto e celebrato facendo riferimento, negli schemi da discutere, al Sillabo di Pio IX, preoccupandosi quindi di condannare gli errori del tempo, soprattutto quelli relativi alla funzione dell’autorità.

Per conseguenza, nei decenni successivi, i trattati sulla chiesa si trasformarono in trattati sull’autorità, soprattutto quella papale.

La polemica contro la riforma innescata da Lutero, accentuò proprio quegli aspetti che venivano contestati, consolidando l’accento sull’autorità della chiesa, e relegando i laici, ancora una volta, ad una condizione di passività.

Si tenga presente che, tutto questo, era anche in sintonia con la reazione ai moti rivoluzionari che scuotevano la società civile del tempo, anche se, in ambito ecclesiale, la difesa dell’autorità era intesa soprattutto come difesa della sua verità.

Comunque, la frattura all’interno della chiesa aumentò: il popolo che cominciava a vedere riconosciuti i suoi diritti nella società civile, e a partecipare all’organizzazione della vita sociale e politica, soprattutto mediante l’estensione del diritto di voto, si vedeva delegittimato da un’analoga partecipazione nella vita della chiesa.

Questa condizione di passività doveva, prima o poi, generare un distacco dalla chiesa, intesa sempre più come gerarchia, con l’effetto prevedibile di allontanare il popolo dalla fede[17].

La chiesa, arroccata nella difesa delle sue prerogative e delle sue strutture gerarchiche, vedeva la società civile costruirsi secondo parametri che avrebbero reso sempre meno significativa la sua presenza e la sua azione nel mondo.

L’atteggiamento di accusa nei confronti della cultura del tempo, non l’aiutava (ieri come oggi!) ad essere ascoltata.

Era però vivo, e sensibile, lo smarrimento di fronte ad una società che si allontanava sempre più dai valori cristiani.

Gli spiriti più aperti e preveggenti, pensavano che occorresse far posto a coloro che, immersi nella realtà del mondo, avrebbero potuto costituire una testa di ponte per riavvicinare chiesa e società.

Si profilava così la necessità di impegnarsi a valorizzare quanti, fino a quel momento, erano ritenuti, e si ritenevano, cristiani di secondo rango.

Il progetto comincia a prendere corpo con il pontificato di Leone XIII, che punta su un rinnovamento della filosofia, valorizzando la tradizione tomistica, e sull’attenzione attenta e profonda ai problemi sociali: “le verità naturali” dell’immortalità dell’anima e dell’esistenza di Dio, non potevano essere negate senza togliere ogni fondamento al lavoro dell’uomo; di qui, la difesa al diritto naturale dei lavoratori di associarsi in campo politico e sociale.

Emblematica, fu la vicenda dell’Opera dei Congressi, sorta nel 1874 per combattere lo spirito liberale. Un’opera che voleva essere “ religiosa, gerarchica e papale”.

Nella particolare situazione italiana, uno degli obiettivi prefissati era la difesa dei diritti della Santa Sede.

Non era diverso lo spirito che animava la Società della Gioventù Cattolica, fondata da Acquaderni e Fani nel 1867: riassumeva inizialmente i suoi doveri fondamentali nella devozione alla Santa Sede, nello studio della religione, nella vita cristiana, nell’esercizio della carità, che furono riassunti con le parole programmatiche:

Preghiera – Azione – Sacrificio.

Anche qui, la chiesa veniva facilmente identificata con la Santa Sede, con il Papa.

L’Opera dei Congressi finì nel 1904 per dissidi interni tra i cosiddetti “transigenti” e gli “intransigenti” rispetto ai rapporti con lo Stato italiano.

L’Azione Cattolica, con successivi aggiustamenti, riuscii a seguire il corso dei tempi.

Nasceranno il Partito Popolare e la Confederazione Italiana del Lavoro, per un’azione significativa nel campo politico e in quello sociale.

In questo clima, si sviluppa una particolare attenzione all’approfondimento della teologia del laicato.

Ancora una volta, la dottrina segue la prassi.

E mira a dare legittimazione teologica a quanto, in forma di spontanea intuizione, alcuni gruppi di credenti hanno già messo in atto.

A questo movimento, è offerto un ricco e prezioso ausilio dalla teologia francese, a partire dagli anni 30.

L’iniziatore è Jacques Maritain, che, in “Umanesimo integrale”, vede le azioni del cristiano distribuite su tre piani: quello spirituale, quello temporale, e quello intermedio.

Quest’ultimo è il più interessante, perché riguarda il tentativo dello spirituale di raggiungere il temporale: è il piano delle situazioni nelle quali sono implicati valori spirituali che devono determinare la vita temporale.

È interessante la sua intuizione: sul piano temporale, io non agisco in quanto cristiano, ma in quanto cittadino; però devo agire da cristiano, impegnando solo me e non la chiesa; impegnando il mio Battesimo ed miei carismi, da cui ricevo la vocazione di infondere nel mondo, là dove sono, la linfa cristiana.

L’ideale è creare una nuova cristianità con una concezione profana cristiana, e non sacrale cristiana del temporale, come era nel medioevo.

Il disegno di Maritain si risolve in un ampio spazio per l’impegno autonomo dei laici fondato sulla comprensione della realtà a due piani: ai laici il temporale, alla gerarchia e a chi collabora (azione cattolica) lo spirituale.

Non siamo ancora ad una teologia del laicato: Maritain è un filosofo.

Ma pone delle premesse che daranno frutto in seguito.

In “il contadino della Garonna”, lasciò un’importante riflessione sul Concilio e sulle prospettive post-conciliari. Morì a Tolosa nel 1973.

Nasceranno così parole come “incarnazione”, cara a Mounier, che combatterà contro un malinteso spiritualismo cristiano.

La teologia del laicato raggiungerà la sua espressione più matura nell’opera di un altro francese, Ives Congar, teologo domenicano.

Una teologia che preparerà la ricchezza del concilio Vaticano II, e che egli stesso, nel tempo, saprà perfezionare e arricchire.

Congar evidenzia la tripartizione degli uffici di Cristo, applicandoli alla vita dei cristiani che partecipano alle funzioni sacerdotale, regale e profetica di Cristo.[18]

La chiesa non è costituito solo da pastori, ma da tutti i fedeli che insieme agiscono in rappresentanza di Cristo.

Riferendosi così alle sorgenti del cristianesimo, vengono superate le secche di una ecclesiologia puramente controriformistica, aprendo a tanti cristiani la possibilità di essere e sentirsi costruttori della chiesa, nella chiesa.

La “consecratio mundi” di Pio XII vuole indicare l’assunzione dell’umano nell’ambito del divino sull’esempio dell’incarnazione.

La chiesa è il corpo mistico di Cristo; tutti i fedeli, senza eccezioni, ne fanno parte.

È la tesi della “Mistici Corporis”, del 1943, che corregge l’immagine dominante nella teologia del tempo della chiesa.

Grande rilievo è dato, in questo impegno, all’Azione Cattolica, che inizialmente,  in forza del mandato ricevuto, tendeva a spostarsi sul versante dell’azione gerarchica.

Ma già con Pio XII s’intravede una scelta diversa: si tende a parlare meno di Azione Cattolica come associazione, per parlarne come movimento che unifica le diverse realtà laicali.

Interessante sarà anche l’esperienza dello scautismo cattolico, che realizzò un originale modo di interagire tra Capo e Assistente; un modo che risulterà rispettoso delle diverse vocazioni e responsabilità, promuovendo una collaborazione integrata che favorisce la crescita umana e spirituale del ragazzo.

I contributi di Schillebeecks, Von Balthasar, Danielou, Ratzinger, Kung e Rahner, con diverse angolazioni e prospettive, offriranno contributi preziosi per interessanti sviluppi.

La riflessione teologica e l’azione pastorale che si rafforzeranno nella prima metà del secolo scorso, confluiranno nel concilio Vaticano II (1962-1965), che darà una decisiva svolta al cammino della chiesa.

Si apriranno anche interessanti prospettive per un dialogo ecumenico più aperto e produttivo.

Stiamo oggi vivendo una svolta che, pur nelle difficoltà che incontra, dovrà dare frutti nel tempo.

Sul modo di considerare il ruolo dei laici dopo il Concilio Vaticano II, con gli sviluppi che avranno le idee che ne sono maturate, si potrà avere un quadro efficace dalla lettura della Esortazione pastorale post sinodale “Christifideles laici” (30 dicembre 1988).

Merita una attenta rilettura anche un interessate documento della CEI “Evangelizzazione e Ministeri” (1977), in cui si dice che “solo una chiesa tutta ministeriale” viene individuata come capace di mettere a frutto tutti i doni che il Padre continua a immettere nella storia del mondo per l’evangelizzazione e la promozione umana.

“Tutta ministeriale” significa che ogni battezzato e cresimato ha il diritto, ed il dovere, di offrire un suo specifico contributo alla vita della chiesa di cui è membro.

Per meglio comprendere tutto questo dovremmo riflettere sull’esperienza delle piccole chiese che, in Asia, per secoli, hanno mantenuto viva la genuina fede nel Vangelo in totale assenza di preti e diaconi!

Risulta anche utile, per comprendere meglio l’importanza dell’azione dei laici anche in servizi essenzialmente “spirituali”: possiamo ricordare che nelle comunità dei paesi di missione (quelle che, per le circostanze oggettive, sono più vicine, per molti aspetti, a quelle degli inizi della predicazione del vangelo!) la vita delle comunità, in termini sia di quantità che di qualità, non dipende totalmente dai ministri ordinati: sono soprattutto i laici, che nelle diverse modalità (dalla catechesi alla liturgia, dalla cura degli anziani alla gestione dei luoghi comunitari, dalle esigenze dell’istruzione, sia di base che professionale, a quelle della salute, …) offrono un impegno che è determinante ed essenziale, per la “plantatio ecclesiae”[19] e per la sua azione di evangelizzazione e di promozione umana sul territorio.

La scarsità di clero che si registra nelle chiese più antiche, pur con le oggettive difficoltà che comporta, sta modificando positivamente l’immagine del clero: la scarsità numerica costringe a riconoscere ai laici l’esercizio di alcuni ministeri che il clero si era riservato, e che non erano di sua nativa responsabilità.

È un vantaggio sia per il clero che per i laici.

È un vantaggio per l’intera chiesa!

Poste queste premesse, risulta difficile parlare di una “laicità” limitata al solo ambito secolare, come caratteristica che definisce compiutamente il cristiano che nella comunità non ha ancora ruoli compiutamente definiti nel sacro: questa ipotesi è totalmente assente nei modi di pensare dei primi momenti della vita ecclesiale, e nelle comunità missionarie che vivono oggi intensamente la novità del lievito evangelico.

Esistono ministeri che sono laicali ed hanno a che fare con il sacro: dalla catechesi alla distribuzione dell’Eucaristia ai malati, dalla cura degli edifici sacri al servizio liturgico dell’altare, …

Anche per i Sacramenti.

Un esempio per il Matrimonio:

Il canone 1112 prevede che, in casi eccezionali, invece del prete o del diacono, un laico possa essere autorizzato ad assistere al matrimonio; il anone 1116 prevede che in pericolo di morte o se si prevede prudentemente che per un mese e oltre non si possa andare dal (o non si possa avere il) ministro competente, sarà lecito e valido il Matrimonio con la sola presenza di due testimoni.

Piccoli esempi, ma che aprono a possibili a interessanti sviluppi.

Nota finale: accade ancora che il “moderno” sia, in effetti, un sano ritorno all’antico.

L’uso di bere al calice, i ministri straordinari dell’Eucaristia, la casula, l’assoluzione all’inizio della Messa per la “colpe quotidiane,…. sono, ad esempio, la riproposizione di atti e usi che esistevano nella chiesa antica.

È un tema che potrebbe, in comunità, essere ripreso ed approfondito!


[1] Secondo l’invito del Card. Martini, userò PA per Prima Alleanza, e NA per Nuova Alleanza. I termini: sia “Vecchio” che “Testamento”, non esprimono compiutamente la ricchezza e la potenza dell’agire di Dio nella storia.

[2] La traduzione fu realizzata In Egitto, dove ormai quasi nessuno comprendeva l’ebraico. Una settantina di dotti nelle due lingue fu incaricata di tradurre i testi in greco; la traduzione è nota come: quella dei LXX.

[3] “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate (ton kleron) ma facendovi modelli del gregge” (1 Pt 5,1-3).

[4] Ds “sinodo”, cammino fatto insieme, indicala modalità primitiva della condivisione delle scelte tra i responsabili e la comunità, mediante i suoi rappresentanti, gli “anziani”.

[5] “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.  A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,18-19); “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo, e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo” (Mt 18,18).

[6] “In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli” (Lc 6,12s);  “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni” (Mc 3,13s).

[7] Cito solo per Matteo: 10,1-2.5; 20,17; 26,20.

[8] At 2,46; 3,1-3; 5,20-21; 21,26-30.

[9] Per la precisione, nell’uso  e nella comprensione dei termini, in genere, si preferisce una distinzione: anatéma è la censura con cui viene colpito chi gravemente, e senza volontà di conversione, vive in modo difforme dalle indicazione evangeliche; anàtema è invece il termine  usato per indicare chi è colpito da questa censura; si dirà: “Sia anàtema!”.

[10] Il prete Ario negava la divinità di Cristo: è fortemente amato dal Padre, ma non è suo vero Figlio!

[11] Un servizio che darà, inizialmente, frutti positivi, ma limiterà  in seguito, anche fortemente, la libertà di azione dei pastori: il criterio di azione dell’imperatore non poteva essere, ovviamente, “pastorale”. Verranno poste così le premesse per le lotte tra i due ambiti che avranno effetti dolorosi, per lungo tempo, sulla vita e sull’azione della chiesa.

[12] Codex Juris canonici: il Codice di Diritto Canonico

[13] 1170 –1240. Parroco e poi vescovo e cardinale, propugnatore convinto di una riforma all’interno della chiesa. Fu  anche a Genova, da dove scrisse una interessante lettera sulla riforma che Francesco di Assisi (che conobbe personalmente) stava realizzando per la chiesa.

[14] “Regolari” erano monaci e religiosi, perché erano soggetti alla “Regola” del loro Ordine o Congregazione.

[15] È il Papa che riconoscerà la regola di assoluta povertà di Francesco di Assisi!

[16] Sarà dichiarato “Beato” Domenica 18 Novembre 2007.

[17] Poiché anche le parole hanno una storia (nascono, si sviluppano e talvolta anche muoiono) nasce forse per questo un significato fortemente polemico del termine “laico”, quando la società civile vuole scrollarsi di dosso la tutela ecclesiastica per rivendicare la propria autonomia. Il termine assume così, nell’era moderna, il significato di totalmente autonomo, anticonfessionale. Ernest Lavisse, in Annales de la junesse, la que, 1920, riassumerà questa tendenza scrivendo:

“Essere laico significa rifiutare ogni ignoranza. Significa credere che la vita valga la pena di essere vissuta; significa amare questa vita, respingere la definizione della terra come ‘valle di lacrime’ … significa rifiutare ogni miseria, non rimettere ad un giudice che siede al di là della vita la cura di saziare coloro che hanno fame, di dare da bere agli assetati, di riparare le ingiustizie e di consolare coloro che piangono; significa combattere il male in nome delle giustizia”

[18] Ci ha anche lasciato due ricchi e importanti volumi di “Diario del concilio” (538 e 520 pagine!) ricchi di cronaca, di storia e di teologia”. Sono anche  facilmente leggibili.

[19]Il piantare, far mettere le radici alla Chiesa