Una polemica che ci riguarda: Giù le mani dallo scautismo

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La polemica

Giù le mani dallo scautismo

di Tommaso Giuntella

UN ARTICOLO PUBBLICATO SUL CORRIERE DELLA SERA DI IERI TITOLAVA: «SCOUT CONTRO SESSANTOTTO, LE DUE ANIME DEL PD», senza – fortunatamente – dare seguito nel testo a questa quantomai bizzarra lettura delle dinamiche interne. Una categoria contro un’altra, un’idea contro un’altra, uno stile di vita contro un altro. Ovviamente si parlava di Renzi contro Bersani. L’esito è un facile slogan, che contrappone in modo specioso e strumentale gruppi di persone, attribuendo loro persino una identità quasi comune che a ben guardare neppure hanno. Se non altro perché la prima categoria – scuot – è una associazione educativa e non politica e la seconda – sessantottini – non è neanche una associazione. Siamo abituati ormai alle strumentalizzazioni; se serve combattere la Chiesa si arma il cardinale Martini, se si vuole evocare lo spettro del comunismo e della rivoluzione (o più sottilmente celebrare il «nuovo» contro il «vecchio», attribuendo a quest’ultimo un nostalgico e stantio ritorno alla «lotta» del Sessantotto) si utilizza l’immagine del bravo ragazzo che aiuta la vecchina ad attraversare la strada.

Lo scoutismo è altro: è educazione alla cittadinanza prima di tutto, nel senso più profondo e vero del termine. Non al partitismo, ma alla responsabilità cosciente di fronte al proprio Paese, non solo perché se ne rispettano le leggi, ma perché – mettendosi al servizio dell’altro e della comunità – si contribuisce al benessere comune. Lo scoutismo è prima di tutto un metodo e non un’ideologia, un metodo al servizio della comunità civile e – per chi crede – della Chiesa. Un metodo fondato sul servizio e sul gioco, sulla lealtà e sullo spirito di squadra, sulla fedeltà e sul rispetto. Il buono scout è un buon cittadino. Non un buon renziano, né un buon bersaniano. È questo il motivo per cui nel partito, e più in generale nel campo dei progressisti, coabitano tanti scout, e assumono diverse posizioni tra schieramenti e correnti secondo il loro giudizio. È per questo che sarebbe ora che gli scaltri di ogni sorta la facessero finita con questi tentativi di mettere le mani sullo scoutismo.

Forse dello scoutismo bisognerebbe parlare di più per tutto quello che ha fatto per questo Paese, dalla Resistenza, all’alluvione di Firenze, a tutti i terremoti e le situazioni di emergenza, per tutto quello che fa sul piano educativo con centinaia di migliaia di ragazzi, ogni giorno. Ha scritto il fondatore Baden Powell: «Lo scopo dell’educazione scout è quello di migliorare la qualità dei nostri futuri cittadini, specialmente per quanto riguarda il carattere e la salute; di sostituire l’egoismo con il servizio e di rendere ciascun giovane efficiente, sia nel fisico che nel morale, al fine di utilizzare questa efficienza al servizio della comunità.

Il civismo è stato definito in poche parole “attaccamento alla comunità”. In un Paese libero è facile, ed anche piuttosto comune, che uno si consideri buon cittadino solo perché osserva le leggi, fa il suo lavoro ed esprime la sua scelta politica, lasciando che “gli altri” si preoccupino del benessere della nazione. Questo è un concetto passivo del civismo.

Ma cittadini passivi non bastano per difendere nel mondo i principi della libertà, della giustizia, dell’onore. Per far questo occorre essere cittadini attivi. E non immaginatevi di avere dei diritti nel mondo oltre a quelli che vi conquisterete da voi. Avete diritto di essere creduti se ve lo guadagnate dicendo sempre la verità e avete diritto di andare in prigione se ve lo guadagnate rubando; ma ci sono tanti che vanno in giro proclamando i loro diritti senza aver mai fatto nulla per guadagnarseli. Non fate come loro. Non accampate alcun diritto senza aver fatto prima il vostro dovere» (Baden-Powell, Lo Scoutismo per i ragazzi, A. Salani, Firenze, 1947, pp.240-241).

E il fondatore diceva ancora: «Siate quindi uomini, fatevi una vostra idea e decidete da soli ciò che, secondo il vostro giudizio, è meglio dal punto di vista nazionale, – e non per qualche piccola questione locale – e votate per quel partito finché esso continua ad agire nel modo giusto e cioè per il bene della comunità nazionale. Molta gente si lascia trascinare da qualche nuovo uomo politico per amore di qualche nuova idea estremista. Non credete mai nell’idea di un uomo prima che questa sia stata ben studiata e considerata da ogni punto di vista. Le idee estremiste assai di rado valgono qualche cosa; se andrete a cercare nella storia vi accorgerete che quasi sempre sono state già provate in qualche luogo ed hanno fatto fallimento» (Baden-Powell, Scoutismo per ragazzi, Nuova Fiordaliso, Roma 2000, pp.348-350).

Più della metà della popolazione italiana è passata attraverso l’esperienza dello scoutismo. Non è prerogativa di un partito o di una corrente. Essere scout è un modo di vivere l’impegno politico. Non un serbatoio di voti. Sarebbe ora di smetterla di utilizzare l’esperienza scout come una patente rivoluzionaria, innovativa, clericale, reazionaria, solidale, buonista, progressista a seconda degli interessi del momento. Gli scout non sono in vendita. Per nessuno.