Sperare e rimanere per continuare a lottare o emigrare

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SPERARE e  RIMANERE per CONTINUARE a LOTTARE o EMIGRARE.

Giuseppe Spinelli

 

             Testimonianza.

 

  1. Intimidazioni nuove si aggiungono alle recenti e passate azioni per impedire all’azienda agricola che dirigo, di ben operare (cfr luglio 2011 e 2012 e precedenti). Nel particolare il 22 luglio 2012, domenica, hanno di nuovo incendiato l’azienda. I danni maggiori si sono avuti nell’oliveto storico dove molti alberi centenari (piantati probabilmente al tempo di Ferdinando II di Borbone) sono completamente bruciati. Il giorno dopo, 23 luglio alle ore 7 quando sono ritornato in azienda gli alberi antichi bruciavano ancora. Nessuno ha visto, nessuno ha chiamato i pompieri, si vede che il fatto viene reputato di ordinaria amministrazione. Non mi stupisco più visto che l’anno passato ai pompieri che chiedevano dove fosse l’azienda, nessuno ha saputo o voluto dare indicazioni per raggiungerla. Eppure l’azienda è sita in località Persicara nella frazione di S.Anna di Seminara e tutti nei dintorni mostrano di sapere chi io sia. Per spegnere gli ultimi focolai ho telefonato ai pompieri che mi hanno risposto di non intervenire per casi in cui alberi isolati brucino. Ho provveduto conuna pompa a spalla. L’incendio è avvenuto il giorno medesimo in cui veniva pubblicato sui quotidiani locali che l’azienda si pone contro la ‘ndrangheta e propone un progetto di lavoro per minori a rischio. Una coincidenza? Costato che ogni anno la mia azienda va a fuoco con un’operazione chirurgica che salvaguarda le proprietà vicine.  Come è possibile che alcuni appezzamenti mai vengono percorsi dal fuoco eppure sono incolti? A chi appartengono?
  2. Ciò che è avvenuto è l’ultima intimidazione in ordine di tempo che si aggiunge ad altri abbruciamenti in altre aree dell’azienda da sei anni a questa parte, al pascolo abusivo con danneggiamenti alle coltivazioni e alle recinzioni esistenti, alle ricorrenti ruberie di materiali e attrezzature, alle minacce ai collaboratori occasionali di non venire a lavorare in azienda, al taglio degli alberi di arancio e, non ultimi la sottrazione di cavi elettrici. Vi sono anche inspiegabili ritardi da parte dell’ENEl a restaurare la linea elettrica manomessa, una denuncia per supposto sfruttamento degli operai, al giudice del lavoro, e  minacce di morte al sottoscritto vergate sui muri della casa padronale. Naturalmente nessuno sa nulla, nessuno è disponibile per una testimonianza risolutiva e chi sa prudentemente tace per evitare ritorsioni di chi questi atti criminosi commette. Come diceva Martin Luther King (1929-1968): «non mi stupisce la malvagità dei cattivi, sono colpito dal silenzio dei buoni».
  3. Mi risulta infine poco chiaro come mai un pastore abusivo pluridenunciato dal sottoscritto, continui nonostante condanne a pascolare sui miei terreni, meglio dopo un abbruciamento, che permette la crescita di un’erba tenera alle prime piogge autunnali. Presumo che sia egli medesimo a tagliare la recinzione per fare entrare le pecore, e sia sempre egli a porre dei fogli di ondulato metallico per impedire che le medesime pecore escano. Penso che si sia tutti d’accordo che le pecore non siano capaci di tagliare le maglie della rete. Sono oltre dieci anni che ciò avviene e non sono stati presi provvedimenti che tutelino, se non l’azienda, la mia privacy. Le denuncie circostanziate hanno sortito finora solo procedimenti per un reato di pascolo abusivo evitando di vedere la continuità, sospetta, di chi vuole esautorarmi dalla conduzione aziendale e annullare i lavori che vengono svolti in azienda.  Mi chiedo in quale Stato viviamo e se è possibile che una comunità possa essere vessata in tale maniera senza reagire come fanno altri popoli più responsabili. Si rafforza l’opinione che non si voglia risolvere il problema e che la politica sia collusa e si disinteressi di tutelare i cittadini che dovrebbe amministrare.
  4. L’azienda che conduco, titolata “Le Tre Querce” è un’azienda di 28 Ha con coltivazioni arboree in biologico che ha una sua vocazione turistica e didattica. E’ sita in Comune di Seminara e insiste, al limite orientale, sui confini con S. Procopio e Oppido Mamertina. Territori a loro volta controllati da forti famiglie ‘ndranghetiste. Da quando ho ereditato nel 1996 l’azienda, ho problemi socio-ambientali (un eufemismo che qui si usa per dire ‘ndrangheta) ma è dal 2006, anno in cui non rinnovo l’assunzione di un salariato stagionale residente in Seminara, che avvengono i fatti tendenti a limitare le potenzialità e lo sviluppo aziendale. Il motivo è che quel salariato agiva come se fosse il proprietario intervenendo anche in senso diverso dalle direttive che gli venivano date. Il suo intento era anche quello di mettere mano alla proprietà che altri, presumo, intendevano acquisire. Un modo di fare che mi sconcertava e irritava senza potere denunciare la cosa in assenza di testimonianze. Di seguito quando i fatti sono divenuti pesanti non ho più voluto piegarmi alle assunzioni prive del lavoro relativo, nè alle pressioni di alcun genere. Ciò ha creato un clima di tensione in loco. In realtà, ancora prima del 2006, ad ogni supposizione di modifiche che si intendevano fare (ipotesi di vendita, rivisitazione del contratto di lavoro, cambio imprese che lavoravano nel fondo) avveniva qualcosa in azienda (taglio alberi, abbruciamenti, furti, allontanamento lavoranti e di terzocontisti per i lavori dei campi). Il fine: il controllo dell’area per impedire che essa venisse venduta ad “estranei” e ad un prezzo di mercato invece di quello “proposto”. I continui interventi, quali gli abbruciamenti sono stati tali da ridurre artificiosamente il valore delle terre che già si vorrebbero acquisire a prezzi dimezzati.
  5. Questa situazione ripetutamente denunciata alle autorità e, visti gli ingenti danni che mi impedivano il raccolto e quindi il guadagno, sono da inquadrare in un disegno di più vaste proporzioni e mi ha fatto pensare di fare domanda per accedere ai fondi di solidarietà. Nel tempo i danni avuti ammontano ad una cifra consistente ma, dopo quattro anni e mezzo, si è ancora all’accertamento da parte delle competenti autorità e della magistratura. Il fascicolo (perduto e ritrovato in procura a Palmi) è ora al vaglio della DDA. Nella vicenda mi sono poco chiare le reticenze dei carabinieri a valutare la cosa e le loro lettere sibilline inviate ai giudici; d’altro canto la prefettura non ha mai risposto per iscritto alle mie sollecitazioni e ho parlato con un suo dirigente solo il mese scorso. Il funzionario prefettizio preposto alla pratica ha operato con ritardo sulle richieste da inoltrare alle forze di polizia e probabilmente ha formulato male le stesse ottenendone incongrue risposte. Per parlare con il questore o il presidente della provincia, sto ancora attendendo, come ho atteso, nella lentezza burocratica della Regione Calabria, il rimborso per le opere effettuate: un anno e mezzo dopo la richiesta di collaudo.
  6. Per ovviare ai problemi connessi alla conduzione dei lavori aziendali ho dato incarico formale nel 2008 ad una cooperativa di Sinopoli “Giovani in vita” (segnalatami dall’allora commissario prefettizio in Seminara), collegata al Ministero degli Interni e abilitata alla gestione delle terre confiscate alla mafia, di provvedere alle lavorazioni. La Cooperativa mi avrebbe dovuto dare supporto operativo visto che nessun altro lo offriva quando ne ho avuto bisogno. Paradossalmente, perfezionato il contratto verbale con la Cooperativa, puntualmente si sono presentati altri offrendomi gli stessi lavori a prezzi minori.
  7. Da questo momento (anno 2008) i problemi invece di diminuire si sono acuiti. Senza alcun aiuto da parte di chicchessia: persino la benzina agricola non viene corrisposta perché l’azienda non possiede un suo parco macchine (sottratte negli anni 1998 per un valore di oltre 250 milioni di lire. La denuncia circostanziata non ha avuto esito positivo). Con grandi difficoltà, non ultime le procedure burocratiche, ho realizzato un agriturismo, con piccoli interventi conclusivi ancora da attuare, inviando al Comune, allo sportello Attività economiche della Comunità Montana Versante Tirreno Meridionale, alla Provincia e all’ASL i documenti per i necessari nulla osta. Ma la sera del 09 luglio 2011, durante una mia momentanea assenza (otto ore di assenza), i soliti noti ignoti hanno sottratto all’azienda tutte le attrezzature che sarebbero servite al funzionamento dell’Agriturismo “Maria Sofia di Borbone” espressione dell’Azienda Le Tre Querce. Le porte di ferro sono state scassinate o scardinate e ogni cosa asportata. I danni ammontano ad un valore di circa 50.000 euro. La sottrazione della cucina industriale, frigoriferi, tavoli, sedie, materassi e computer portatili persino, mette definitivamente l’azienda di fronte ad altre scelte visto che paga ancora gli oneri bancari dovuti per i mutui contratti insieme ad ogni altra tassa e imposta dello Stato a cui si aggiungono i contributi alle associazioni di categoria e sociali che, come è risaputo non tengono conto di simili eventi che riducono la possibilità contributiva. Senza contare che praticamente da quattro anni (periodo gestito dalla cooperativa Giovani in vita) non riesco a raccogliere le olive, vuoi per assenza di lavoranti, vuoi per distruzione diretta. Intanto nell’ottobre 2010 ho possibilità di esporre il mio caso in una assemblea di Reggionontace.
  8. La Regione Calabria su domanda di collaudo nell’ottobre 2010, me ne parla nel gennaio 2011, ma non procede al collaudo perché non vi è il DURC positivo. L’INPS contestando il datore di lavoro pensionato INPDAP e di 68 anni d’età applica multe, interessi e retroattività, senza voler addivenire ad una facilitazione di pagamento come succedeva in tempi anteriori al 2006 tanto che per una rateizzazione si finisce nelle mani di Equitalia (di cui l’INPS detiene la maggioranza delle azioni insieme al Ministero delle Finanze) con una lievitazione giornaliera di ogni onere. Il DURC viene rilasciato il 26 di Maggio 2011 su pagamento di una prima rata e il collaudo avviene il 13 giugno 2011. Mi dicono che alla fine delle lungaggini burocratiche per verificare la congruità dei documenti presentati si arriverà ad un tempo non ben definito di erogazione dei fondi già da me anticipati per creare sviluppo in Calabria. Strano modo di procedere, certo tutto legale, ma puzza di abuso di potere. La Banca Unicredit  – filiale di Palmi mi iscrive d’ufficio al CRIF per un supposto debito non versato di 1060 euro. A fronte di chiarimenti e assicurazioni verbali e scritte la medesima filiale procede contro l’Azienda con intimidazioni verbali e scritte bloccando un fido che per una azienda agricola è fondamentale visto che i pagamenti di terzi avvengono sempre in ritardo. Non essendo in grado di fare fronte agli impegni la banca crede opportuno congelare il cc e chiedere la restituzione, in una unica soluzione, di quanto prestato, benché nel frattempo si era posto in atto la restituzione di quanto chiesto. Siamo oggi al patteggiamento. Non si hanno dunque denari per assicurazioni (che per l’area sono praticamente impossibili) e per un impianto di video-sorveglianza. Né polizia e carabinieri sono in grado di venire incontro a queste esigenze pur a fronte di denuncie ripetute di furti e altri atti criminosi perché i Ministeri competenti non stanziano sufficienti  fondi e tutto sommato un impianto videosorvegliante rimane un fatto privato. La Regione Calabria, fino all’otto di agosto 2012 non aveva ancora pagato quanto dovuto e probabilmente lo ha fatto su sollecitazione telefonica inferocita che minacciava di denunciare tutta la direzione per incapacità (hanno sbagliato per ben 4 volte i documenti da sottoporre alla ragioneria regionale). La cosa strana è che in Germania un fatto di tal genere sarebbe subito stato denunciato e i giornali avrebbero stigmatizzato la cosa; qui invece mi invitano a soprassedere perché non si sa quali ritorsioni possa fare la Regione di cui in futuro potrei ancora avere bisogno. Ma è una Regione che specula anche sulle somme dell’integrazione incassando una percentuale su ogni contributo adducendo spese burocratiche mentre, in compenso, il 70% almeno dei contributi possibili erogati dalla UE vengono restituiti perché la Regione non è in grado di gestirli.
  9. Escono nel frattempo articoli (2010, 2011) sui giornali locali che mi inducono ad una rettifica di quanto viene scritto poichè non èla Cooperativaad avere avuto i danni, né i 40 giovani soci, ma l’Azienda. La cooperativa funziona solo come fornitrice di servizi, ancorché l’azienda ne sia socia. E’ contro la mia persona e l’Azienda che si commettono tali crimini, come un tempo lo fu contro mio Padre. Perla Cooperativasemmai vi è una caduta di immagine, non essendo in grado di difendere il patrimonio affidatole. Nel caso specifico la cooperativa avrebbe dovuto curare le pratiche e le lavorazioni agricole annuali, mentre la gestione dell’agriturismo e la conduzione aziendale rimanevano di mia pertinenza. Ho cercato di coinvolgere entità già avviate, come il Ristorante i Tre farfalli di Reggio, ma improvvisamente ogni interesse da parte loro è caduto. La soluzione gestionale nessuno è in grado di potere o volere fare e chi si diceva interessato non ha dato più segni di vita.
  10. La cooperativa non risponde positivamente alle sollecitazioni essendo stato io fino all’agosto 2012 creditore della Regione Calabria di somme anticipate per la costruzione dell’agriturismo medesimo e quindi non in grado di pagare subito i lavori agricoli necessari. La soluzione prospettata era che la cooperativa eseguisse i lavori e il raccolto venisse diviso a metà. Primi lavori importanti una fascia tagliafuoco di 7 metri tutt’attorno all’azienda e le principali coltivazioni. Non si è fatto.
  11. La ‘ndragheta distrugge tutto ciò che non riesce a prendere e/o comprare. La logica è l’obbedienza al potere locale in una economia di scambi di favori. Ho un sogno, parafrasando Barack Hussein Obama II (1961 -): I have a Dream, quello di riportare in Seminara la sua antica importanza, come nei secoli passati, al tempo degli Spinelli di cui porto il cognome. Dal 1998 sto conducendo la mia battaglia per condurre nel modo migliore l’azienda e senza perdite economiche. Imposizioni di vario genere non sono confacenti con la mentalità che ho acquisito fuori da questa Regione. Varie voci mi dicevano di andarmene e di non fare nulla “ché tanto i seminaroti non capiscono e sono mala gente”. Non ho creduto a questo pregiudizio e ho continuato: ho voluto l’olio biologico extravergine, la non coltura, il considerare l’oliveto come un bosco con una sua coltre di humus a protezione dei terreni, e l’agricoltura biologica pensando ai consumatori: puntare sulla qualità e la salubrità dei prodotti. Ho costruito strade inesistenti e potato gli olivi talché si potesse intervenire con una meccanizzazione che riducesse i costi di produzione. Ho ristrutturato edifici fatiscenti e, quale integrazione alle produzioni agricole che diventano sempre meno remunerative, stavo cercando di realizzare un agriturismo con annessa fattoria didattica. Stavo portando avanti una iniziativa con il Tribunale dei minori di Reggio Calabria per creare una “Abbazia” di difesa dei minori a rischio dove questi potessero crescere e acquisire professionalità nuove e antiche necessarie al territorio e, anche, guadagnare un salario con i proventi delle vendite dei prodotti aziendali. Forse la mia fiducia è stata eccessiva: in modi diversi si è impedito di fare ciò che potevo fare. Ed era un modo di aprire al territorio e ai suoi giovani perché questi potessero avere una risorsa formativa e non solo lavorativa.
  12. Anche ai miei tentativi di vendere si sono avvicendati fatti atti a ridurre il valore dell’azienda e si sono minacciati gli acquirenti prospettando loro mazzette da dare per supposti oneri non pagati, tanto per stare tranquilli. Ai miei tentativi di avere un plus valore, anche occupazionale in Seminara (operai di area servizi, commercianti, artigiani) la risposta è sempre stata negativa, la città si vede, non ne ha bisogno. Il polo culturale e attrattivo che si voleva creare è ritornato nei cassetti visto che le mire di chi intende acquisire la proprietà o se ne crede di fatto il padrone e le imposizioni di chi crede di poter comandare senza averne lecita autorità, hanno avuto la meglio. Apparentemente. Non posso negare di avere l’impressione di essere in pieno medioevo dove una nuova feudalità borghese ha preso il sopravvento su quella nobiliare: famiglie contrapposte a famiglie, manipolazione dei testimoni che rendono il falso a favore dell’uno o dell’altro a seconda delle convenienze, denunce per supposte inadempienze di lavoro, dicerie su versamenti e pagamenti non effettuati, imposizioni di guardianìe per evitare il peggio, abigeato, ladrocini, taglio di alberi e abbruciamenti come ritorsioni silenti ma non troppo. Vengono minacciati gli operai e le imprese, per lavorare bisogna chiedere permessi al locale, si impongono persino le persone da assumere. Se una ditta viene a lavorare in qualche maniera deve restituire, a ben identificabili locali, un qualcosa. Il territorio è lottizzato in modo invisibile ma presente e persino le attività commerciali svolte in piena luce non sono state censite e nessuno si è mai dato la briga di verificare se esistessero autorizzazioni di sorta. Sono attività non dichiarate che risultano inesistenti, con notevole danno per l’erario e per i procedimenti giudiziali. L’aspettativa dei locali è avere un progetto approvato dalla Comunità per potere intascare i denari, poco importa se poi le opere non vengono realizzate o realizzate alla meno peggio. Incomincio a non sapere più cosa pensare di una Regione dove persino nelle associazioni di volontariato si teme l’infiltrazione mafiosa: è proprio vero che i quattrini fanno girare la testa ed è anche vero che i contributi regionali (ma anche provinciali e comunali) vengono dati in modo alquanto strano. Chi non ne ha autorità concede permessi di cacciabilità su terreni recintati, come è avvenuto nell’Azienda Le Tre Querce. Qualsiasi costo lievita e i tempi si allungano inspiegabilmente rispetto al pattuito (come avvenuto con la cooperativa a cui ci si era rivolti). Pochi vogliono condizionare i molti che rimangono in silenzio, e non vi è solo il procedere personale, ma anche lo sviluppo collettivo che qui sembra, non si voglia far fare. Le risposte a lettere di chiarimenti, precisazioni o promemoria chiedenti interventi risolutivi rimangono lettera morta. Si sa, gli enti pubblici, le forze di polizia o le amministrazioni pubbliche con difficoltà danno mano alla penna per comunicare con i cittadini e si opta per la parola verbale, telefonica, salvo poi sconfessare tutto.  La situazione è quanto mai allo stremo.
  13. Anche nel settore liquidità avviene qualcosa di simile: Banche di tutte le Nazioni nel Sud rastrellano quattrini pretendendo oneri e interessi maggiori che in altre parti d’Europa e sono di fatto divenute usuraie dei poveri. Ci si trincera dietro la dizione: vi è maggiore dolenza al sud. Ho la convinzione che non tutte le operazioni bancarie siano trasparenti e per mettere una azienda in crisi, soprattutto se si opera in zone ‘ndranghetiste, bastano poche operazioni automatiche di difficile individuazione per creare scompiglio voluto, come è capitato a me nella vicenda con la Unicredit a cui mi appoggiavo, filiale di Palmi. Tutto ciò si aggiunge alle inevitabili tasse e imposte e ogni sorta di balzelli dello Stato e di altri Enti la cui presenza sul territorio è ormai superata. Gli Enti pubblici quando scrivono lo fanno tramite raccomandate con ricevute di ritorno: si tratta di avvisi che avvertono di morosità e interessi da pagare entro 40 giorni, molte richieste sono pretestuose ma i più pagano reputandole per giuste. Lo Stato batte cassa per pagare gli sperperi di denaro pubblico. E poi ci si continua a lamentare che le cose non vanno o non ci sono quattrini, se non di peggio, con interventi di dubbia funzionalità pubblica che stranamente hanno costi maggiori rispetto a quelli di altre parti d’Europa. Intanto vedo circolare macchine di gran pregio e barche da diporto di ogni tipo che sono del tutto anacronistiche in un’area in cui la disoccupazione è così alta. Come è possibile?
  14. Le scelte successive a questi fatti, mi vedono protagonista ma non sono più tanto convinto che sia giusto fare credere che sia possibile rimanere, sia pure combattendo.  E con chi, come, cosa combattere? Oggi vi è un garantismo tale che devo ringraziare che non abbiano avuto ancora la pensata di denunciarmi ai carabinieri per aver ammazzato “Compare Turiddu” presentandosi con decine di testimoni agli inquirenti. Come è invece avvenuto nella questione del supposto illecito lavorativo perpetrato nei confronti del salariato non riconfermato.
  15. Restare e volere sviluppo e legalità è quasi una chimera, una goccia nell’oceano che, come disse Albert Schweitzer (1875-1965), è anche la goccia che da senso alla tua vita. Propongo diverse soluzioni: 1- risolvere i problemi con compromessi di intermediazione, 2- affrontare a pistolettate gli estorsori in differenti modi e poi consegnarsi ai carabinieri, farsi qualche annetto di carcere e uscirne con una nomea acconcia, 3-  seguire la strada delle continue denuncie anche se sembrano una forma sterile stante la attuale legislazione che dovrebbe tutelare chi il danno lo subisce piuttosto che la persona in generale, 4- continuare a piantare semi e lottare di concerto con altre forze, 5- essere una rete di legalità con figure carismatiche e forti. Divenire una famiglia potente che interviene subito laddove è necessario e non lascia solo il cittadino che vuole combattere, 6- lasciar perdere e ripartire, tanto questa terra non ti accetta.
  16. La via della saggezza e del buon vivere  non è stata possibile, la via delle pistolettate contrasta con il mio modo di vedere; la via della legalità è estremamente difficile in quanto i tempi giocano a favore della ‘ndrangheta. E’ inevitabile che anche voi pensiate, come tanti: chi te lo fa fare, ritorna da dove sei venuto, non c’è bisogno di quello che sapresti fare. Ma io ci ho creduto, sono un emigrante di ritorno e così deve andare a finire?  Va bene, accetto di combattere e che armi, tattiche, strategie, compagni mi offrite?
  17. In una situazione di tal genere mi sono rivolto alla magistratura, ai presidenti di Regione, al Ministro competente, al Presidente della Repubblica, alla stampa, a Libera nella figura dei suoi rappresentanti più famosi, a Reggionontace, alla cooperativa Valle del Marro e ad altre numerose persone. Il Ministro, il Prefetto e il Presidente della provincia e della Regione non hanno avuto certamente tempo per rispondere, presi da affari istituzionali; gli altri mi hanno rivolto parole di solidarietà senza interventi concreti a mio favore, quelli che hanno dato una risposta. Altri mi hanno dato disponibilità ma mi hanno proposto condizioni simili a quelle che mi avevano già proposto in modo diverso i locali, sospetto ‘ndranghetisti, come se fosse una sorta di ‘ndrangheta buona, abilitata a gestire i problemi istituzionali. C’è infatti chi mi ha detto, come se fosse cosa propria: lasciate tutto in mano nostra e andatevene. Ma che ci guadagno, ho chiesto. La tranquillità, fu la risposta. Intento pari a quello dei signori ‘ndranghetisti. Fino ad oggi un aiuto concreto mi è stato dato dalla Polizia del Commissariato di Palmi e da Reggionontace. Delle parole sacchi traboccanti. Delle buone intenzioni zaini ricolmi. Ne ho due borse piene. C’è sempre qualcuno che mi fornisce buoni consigli salvo poi defilarsi quando desidero cose concrete o testimoniare a mio favore: “questi non scherzano, ammazzano” dicono. “risparmiami, devo pur campare qui” continuano. “Chi è chiedo, che ti fa paura, gli vado a parlare”. Mutismo imperante. E’ prassi consolidata di buon vivere, che alle volte condivido, parlare del peccato omettendo di pronunciare qualcosa che assomigli anche lontanamente al nome al peccatore. Mi dicevano: “Lei parla troppo. Non è cosa”.
  18. Vogliamo creare una macchia di olio che si allarga su un mare in tempesta. Ci stiamo lavorando; i tempi sono lunghi ma è possibile costruire qualcosa. Lavorare in azienda agricola, attivare l’agriturismo e la fattoria didattica, gestire un campo di formazione in educazione ambientale e pratiche di bioagricoltura. Il progetto Policoro della CEI ci chiede di presentare le nostre idee da realizzare, il Ministero di Giustizia, Dipartimento Giustizia Minorile – Comunità Ministeriale di Reggio Calabria e Reggionotace son disponibili, mancano solo denari e attrezzature.

 

Intermezzo storico.

Molto è cambiato dal tempo della conquista del Sud da parte dei piemontesi. Prima del 1861 eravamo la seconda provincia del Regno, oggi siamo diventati l’ultima. Con i Borbone, me lo si lasci dire, queste cose non avvenivano nelle forme così radicate anche nei pubblici poteri. Le associazioni criminali erano allora assai localizzate e controllate. Le infiltrazioni malavitose nella magistratura siciliana furono aspramente combattute da Ferdinando II di Borbone (1810-1859) che vi mandò il giurista Pietro Calà Ulloa (1801-1879); egli per primo all’inizio del XIX secolo parlò di maffia. Allora le leggi che riportavano indirizzi di comportamento generale venivano corrette in tempi brevi da rescritti per renderle più adatte ai bisogni della popolazione e al controllo del territorio. Invece oggi il tempo gioca a favore della criminalità organizzata, visto che lo Stato risulta meno funzionale, lento e burocratico. Se non volutamente assente. Allora, se cause  naturali o esterne rovinavano il raccolto, si veniva esentati dal pagare la fondiaria in proporzione al danno subito. La magistratura procedeva velocemente e i rimborsi lo erano altrettanto. Ma si sa, era un regime borbonico assolutista, paternalista, la negazione di Dio sulla terra, come si espresse brillantemente un deputato inglese di quel periodo. Oggi le cose sono molto cambiate: si procede con leggi vecchie di anni e alle volte rimaneggiate in tempi moderni per favorire Tizio e Caio, che spesso suonano incostituzionali e vengono applicate senza utilizzare un minimo di buon senso, a meno che non ti chiami Sempronio. Viviamo una democrazia intrappolata un una partitocrazia che si autoriproduce distribuendo larghi favori ai suoi accoliti.

 

Considerazioni a caldo.

Il Pastore continua a tagliare la rete (dice che sono i cacciatori. Ma come è possibile in tempi di caccia chiusa, senza contare che in azienda i cacciatori, essendo biologica e segnalata alla Regione e alla Provincia come tale, non possono accedere) ed entrare con le pecore (che tranquille, fatto il giro dell’azienda per  l’erba migliore ritornano allo stazzo adiacente alla recinzione aziendale). Ora l’erba è cresciuta (dopo l’ultimo incendio del luglio 2012) e anche i getti degli alberi del frutteto. Ma se non si riesce a controllare un pastore e risolvere il problema per impedirgli di nuocere, come posso pensare che si riesca a controllare e risolvere  tutto il resto…? Il pastore fa parte, se non è egli stesso il vertice, di una maglia di un controllo sulla presenza e sui movimenti del sottoscritto. Queste azioni vorrebbero stancare psicologicamente me e poi adire a qualche forma di usocapione. Questa famiglia è collegata alla famiglia Alvaro di Sinopoli. Chi parla con me di questa situazione mi invita a cercare un custode per evitare che ulteriori danni possano verificarsi sull’agriturismo e le coltivazioni da me curate. Custode naturalmente in Seminara. Mi si consiglia di venire a patti per stare tranquillo. Dotare l’azienda di mezzi elettronici di controllo sembra non potere raggiungere lo scopo di proteggere i miei beni e soprattutto la capacità di essere d’aiuto a questa terra economicamente e culturalmente.

 

Chiedo: lo Stato e la Magistratura sono in grado di intervenire e bloccare tutto questo o nella fatti-in-specie devo scendere a compromessi col pastore che riferirà agli eventuali mandanti che mi permettano di potere continuare a gestire e sviluppare la mia azienda?   Avevo suggerito a suo tempo al prefetto di dotarsi di una task force di soldati/carabinieri – contadini (in incognito) che appunto stando sul posto siano in grado di rintuzzare ogni eversione; oppure di acquisire i terreni per pubblica utilità (esproprio) e concederli a cooperative, come avviene per i terreni sequestrati. In tale maniera il terreno stesso non verrebbe più appetito in quanto bene indisponibile dello Stato (come per i demani forestali, creare un demanio agricolo per combattere la malavita organizzata togliendo loro beni rifugio). Fino ad oggi non si è reputato opportuno dare una risposta. Siamo in un’area a rischio e dunque perché non controllarla via satellite? Abbiamo invece giovanotti e giovanotte in tuta mimetica che stazionano attorno agli edifici della magistratura reggina: come dire che non ci si fidava delle forze di polizia locali. Quanto ci costano? E quanto se ne andranno la situazione sarà diversa? Abbiamo lussuosi stipendi e pensioni con i quali si potrebbe agire per creare sviluppo. Credo che una pensione di 5000 euro mensile sia più che onesta e debba essere indipendente dai versamenti fatti allo Stato. Si avrebbero in tale maniera somme da destinare ad opere sociali, di tutela, prevenzione e controllo, e rimpinguare anche quelle misere pensioni di sopravvivenza che buona parte degli italiani ha. Fuori dalle istituzioni chi non segue le leggi corrette di questo Stato, fuori dalle istituzioni e dalla vita sociale chi commette abusi, vessazioni di stampo mafioso. Alcuni ci stanno pensando.

Reggionontace sta operando affinchè ciò si realizzi.

 

Gli anni sono passati e i risultati sono evidenti nelle poche righe sono state lette: per fare ciò che ho fatto ho impiegato il triplo del tempo e più moneta che se fossi stato ancora sul Lago di Garda (ho insegnato a Salò) dove, sono sicuro, sarei riuscito a realizzare ciò che volevo con l’aiuto concreto della Regione Lombardia che allora, quando sono partito per ritornare, illuso di poter essere utile alla regione di nascita, i problemi burocratici li risolveva con una celerità qui sconosciuta.

 

Probabilmente la colpa è tutta mia che non ho voluto e saputo uniformarmi. Si vede che risulto antipatico, anticonformista, rompicoglioni, come qualcuno mi ha detto. Probabilmente non riesco a capire il modo di procedere di queste parti. Pensavo invece di venire a lavorare per la mia terra, mettere a frutto l’esperienza acquisita. Ma qui già tutti sanno fare tutto. Sono inutile. Mi dicono anche che sono coraggioso, salvo la precisazione, parlando con terzi, che ciò equivale a dire, nel gergo locale, cretino. Dovevo capirlo prima e mettermi con chi di dovere. Questo mi dicono. L’obbedienza è la virtù della ‘ndrangheta, non il coraggio. “Voscienza comandi” e guai a farsi comandare dalla coscienza. In definitiva basta cambiare una sola consonante.

Con chi mi devo alleare? E’ ancora possibile? E non mi rispondete:”Jeu nu’n sacciu nenti. Vu’ dicimmu che vi occorreva un custode mi varda i ccosi vostri”. Grazie tante. Ciò che dite non mi serve. E in ogni caso se il custode non me lo posso permettere non è una buona ragione per continuare a fare danni che ricadono sulla vostra economia generale: se non ricavo non posso pagare salari di alcun tipo. Tanto più che il vostro modo di operare non desta grande fiducia al datore di lavoro.

Sarà bene che ogni volta che mi imbatto in volenterose cooperative offrenti servizi io informi la magistratura o il signor prefetto chiedendo se coloro sono a posto e in regola, per timore di imbracarmi con qualche ‘ndranghetista e, ironia della sorte, essere additato come connivente?

 

Non vi è dubbio che vi sia stato nei miei confronti un ordine venuto da chi crede di essere padrone di queste terre, vi accampa diritti e intende ostacolare ogni iniziativa che non si intaglia al quadro del supposto occulto suo potere. Il sospetto è che questo ordine abbia coinvolto Enti diversi che caparbiamente applicano leggi capestro allo sviluppo allungando i tempi e indirettamente gli oneri. Chi i denari li possiede e vuole scalzare gli altri, fa applicare leggi a suo uso e consumo. Chi vuole contrastare una famiglia rivale dà in mano agli inquirenti prove che la eliminano. La ‘ndrangheta utilizza la legge per difendere se stessa. La ‘ndrangheta usa la forza della legge per garantire se stessa. Occorre modificare le leggi per impedirlo e togliere alle organizzazioni malavitose ogni copertura economica di sopravvivenza.

 

Ma perché devo pagare allo Stato imposte e tasse se non mi garantisce nulla a parte la disoccupazione e la fuga verso terre assai lontane? In continuazione si sentono Soloni che predicano sulla moralità. Faccio osservare  che chi sta affogando non bada al pezzo di legno a cui attaccarsi. Se lo getta lo Stato, va bene attaccarsi …e se lo getta un ‘ndranghetista che faccio? Mi è lecito, per sopravvivere, farmi aiutare da un samaritano? E’ questa la forza della ‘ndrangheta creare situazioni di problematicità per legarti con l’aiuto che da te viene chiesto. Se lo ho capito io, come è possibile che i nostri reggitori non l’abbiano capito?  Fino a che punto gli enti pubblici sono collusi tanto che un intervento mirato possa influenzare l’iter burocratico? A meno che non si possa sospettare qualche forma di corruzione non rimane che credere all’inefficienza e incapacità a gestire le cose. Si comprende allora come possano accadere fatti legati all’uso e concessione del demanio, all’intervento del Consorzio di bonifica della Piana, alle denuncie al giudice del lavoro, all’INPS e delle pastoie burocratiche in una regione che stenta a decollare. D’altro canto sono ormai 5 anni che attendo una risolutiva risposta da parte della magistratura e prefettura a riguardo dei fatti denunciati per accedere al tanto propagandato fondo di solidarietà. Ma pazienza, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, massima popolare che mi consolerà dei suoi effetti quando ormai distrutto, potrò pensare a quello che sarebbe potuto essere senza vessazioni anche dei poteri pubblici.

 

Pago per la fondiaria, pago sulla produzione, pago l’IVA, pago l’IRPEF, pago tributi anche sulla pensione dall’insegnamento, pago l’INPS, pago l’addizionale regionale e comunale, pago il Consorzio di bonifica della Piana, un Ente inutile, pago per i documenti utili ad aprire l’agriturismo, pago per avere certificati di  potabilità (e sembra che solo l’ARPACAL possa farlo e chiede 3000 euro per fare le analisi e rilasciare il documento), pago per poter emungere acqua dai miei terreni, pagherò, ne sono certo, in funzione dei metri quadri impegnati nell’agriturismo per il prossimo smaltimento di RSU, pago l’IMU anche sulle case rurali che un tempo erano comprese nella fondiaria: in compenso le arance si vendono a 0,08 cent al kg, l’olio extravergine biologico a circa 3,80 euro al kg e i costi consigliati per l’agriturismo sono di 30 euro a notte compresa la prima colazione e non più di 25 euro a pasto. A Seminara dispero di raggiungere mai questi traguardi favolosi. I ben pensanti mi continuano a sconsigliare dall’andare avanti. “E’ chiaro ormai che non ti faranno mai fare ciò che pensi. Sei una figura scomoda”. Mi dicono. Mi paventano macchine di ospiti distrutte e altre azioni contro chi mi aiuta. Altri mi consigliano di svendere tutto e ritornarmene da dove sono venuto. Incomincio a chiedermi se valga la pena continuare a combattere a sassate contro i carri armati. Ho letto di recente quello che ha scritto uno schiavo negro fuggito dalle piantagioni del Sud Confederato e divenuto poi giornalista,  Frederick Douglass (1818-1895): Il limite dei tiranni è definito dalla sopportazione degli oppressi. Quanto siamo ancora disposti a tollerare prima di reagire?

 

Conclusioni.

Il cittadino ha la sensazione che siano più protetti i malandrini rispetto a chi malandrino non è. Alla luce di quanto esposto capisco come moltissimi non si fidino di un’amministrazione che reputano anch’essa consenziente se non collusa, e continuano a stare in silenzio assoggettandosi ai voleri di chi comunque offre alternative e denari anche se spadroneggia. Per paura. Una paura che viene rafforzata proprio dalla lentezza con cui lo Stato opera se non dalla sua totale assenza e connivenza. E la paura si vince con la sicurezza, con uno Stato diligente, probo, attento ai cittadini e alle sue minoranze, alla cultura e ai valori, promotore di lavoro e servizi sociali. No, molti pensano che lo Stato non dia sicurezza. In tali condizioni non si riuscirà mai a distruggere la criminalità (che si riproduce con vita autonoma) che, alla stregua dei parassiti, come scrissi più volte a tutti, ci si deve sforzare di tenere sotto controllo. Distruggendo completamente il vecchio invece di controllarlo, permette ad un nuovo potere di sostituirsi e non si sa cosa ne verrà fuori: incertezza, violenza, intolleranza, incontrollabilità. Bisogna individuare gli emergenti, i cani sciolti, quelli che si muovono al di fuori di ogni legge e di ogni famiglia e controllare tutti gli altri perché non nuocciano. Se un appartenente ad una famiglia ‘ndranghetista finalmente apre una attività senza commettere reati, con fondi provenienti da attività lecite e non opera in regime di concorrenza controllata, lo si controlli ma lo si lasci agire se vi è un ritorno verso la collettività. Inoltre, nei fatti, che differenza esiste fra un terreno confiscato dallo Stato alla ‘ndrangheta e dato in gestione ad una cooperativa accreditata e un terreno che di fatto la ‘ndrangheta ha confiscato ai legittimi proprietari e per necessità deve essere gestito da una cooperativa operativa con il Ministero degli Interni? Perché anche in questo caso non si forniscono gli aiuti necessari? Se vi sono differenze prospetto la illecita concorrenza a scapito di chi tenta di procedere con i propri mezzi. Ometto di fare esemplificazioni ma è chiaro che se io spendo 6 per produrre un litro di olio e un’associazione qualsiasi, grazie a contributi, aiuti suppletivi spende 3 e ambedue vendono la bottiglia a 7 euro, i conti sono presto fatti.

La domanda che mi pongo a questo punto è la seguente: “Come fanno gli altri ad andare avanti e a costruire: sono stati criminali, sono fortunati, continuano ad essere criminali con protezioni varie, sono riusciti ad accedere ai fondi con raccomandazioni, sono collusi, sono entro una rete forte che li protegge e li aiuta o devo pensare di essere il solo incapace a fare e realizzare qualcosa? Di fatto sono un sequestrato dalla ‘ndrangheta o, se vi pare meno forte, agli arresti domiciliari. Ai carabinieri non risulta. Forse alla Polizia di Stato e alla forestale.

 

Ci si stupisce dunque quando dico, per forzare la mano, che diventerò brigante come un tempo altri fecero per contrastare le palesi ingiustizie del sistema. Ma guarda caso né in Sicilia, né nella provincia di Reggio, né in gran parte del casertano, né in provincia di Napoli mai vi furono insorgenti a contrastare le imposizioni più o meno legali di un governo che non conosceva nulla del meridione.

La presenza marginale dello Stato sembra facilitare una nuova società del bene in contrapposizione a quella del male, con una distinzione manichea (che però non esclude la raccomandazione, dei buoni s’intende o le lusinghe ai potenti al potere, senza domandarsi se sono corrotti o meno) e una considerazione amara: non è la ‘ndrangheta il peggior di tutti i mali. Esiste infatti un modo di agire importato dalla mafia dove  intolleranza, prevaricazione, ladrocinio, favoritismo sono cose accettate e promosse. Si deve espiantare dallo Stato l’andazzo attuale: non è morale che persone indagate legiferino senza  rispettare le leggi di questa nazione. Inoltre una legge che non fa il bene comune o crea discriminazione tra i cittadini va rigettata e non rispettata diceva il frate domenicano San Tommaso d’Aquino (1225-1274). E Henry David Thoreau (1817-1862) concordava diversi secoli dopo: «vi è anche una disobbedienza civile», come forma per contrastare lo strapotere altrui. E’ lo stesso pensiero che ha espresso il Mahatma Gandhi (1869-1948): «La disobbedienza civile diviene un dovere sacro quando lo Stato diviene dispotico o corrotto. E un cittadino che scende a patti con un simile Stato è partecipe della sua corruzione e del suo dispotismo». Io sono d’accordo. Per gestire bene la Nazione bastano molte meno persone, capaci, in gamba e sopratutto oneste. E la gente deve partecipare, non a votazioni asettiche, ma a discussioni partecipate, non demandare ad altri la difesa delle  mura ma esserne parte attiva. Voi mi dareste torto?

 

Se le richieste dei bravi cittadini di Seminara  fossero state congrue e possibili saremmo arrivati ad una soluzione come prospettavo nella lettera che ho inviato al Sindaco a riguardo di una collaborazione tra Azienda, commercianti e artigiani. La soluzione è appoggiarsi ad una cooperativa seria che provveda alle assunzioni, a concordare con associazioni di servizi locali il lavoro, a lavorare i terreni e a organizzare ogni altra attività. Coperta dal Ministero degli Interni. Se c’è un rimedio lo si dovrà trovare e, in ogni caso, essendo una comunità è come tale che dobbiamo ragionare. Siamo davanti alla scelta di una Seminara/piana operosa o di una Seminara/piana mafiosa. I giornalisti hanno ragione a scrivere quello che scrivono, ma se non li si smentisce con i fatti, continueremo ad essere additati come area di criminali e il nostro Paese non crescerà per i nostri figli.

 

Ma forse è chiedere troppo in un territorio in cui l’arroganza e il raggiro sono di mestiere, dove la raccomandazione illecita è lecita, dove il rivolgersi al potente di turno per avere un beneficio è la prassi, dove la falsa testimonianza è un diritto, dove il servilismo fa promettere ciò che non si può mantenere, dove l’impegno nel malaffare dei pochi sopperisce all’indifferenza dei molti. Dove la responsabilità è sempre degli altri, il sotterfugio il mezzo per emergere e la menzogna il solo modo per non soccombere. Se il S. Giuseppe posto nella chiesetta del mio podere non fosse stato bruciato, forse qualche intercessione poteva farla alla Madonna dei Poveri e salvarci tutti. Ma anche questa è acqua passata. Un’occasione perduta: della statua di San Giuseppe, una statua povera di gesso, tela e carta, costruita in un tempo lontano, è rimasto solo un piede e dell’altare non vi è più traccia.

 

Non mi sono dato per vinto, come ogni altro calabrese sono orgoglioso. Le api possono essere prese da una ragnatela ma cento molte di più con una goccia di miele. Ho recentemente voluto preparare un’idea scritta per venire incontro ai minori a rischio, minori in prova, minori carcerati, minori con poche opportunità proponendo al Tribunale dei minori di Reggio e all’USM un progetto in cui i minori potessero venire in azienda, vivere in azienda, lavorare in azienda, imparare in azienda, guadagnare in azienda e alla fine, scontata la pena, avere in mano conoscenze e esperienze che  potessero fornire loro quell’opportunità che forse mai hanno avuto. E anche, in funzione del lavoro svolto avere un po’ di denaro da parte. Progetto rivolto a tutti i giovani indistintamente purchè vogliano con buona volontà lavorare, anche se il lavoro è duro. Abbiamo iniziato a fare qualcosa: le arance raccolte con i minori e vendute dai GAS. La risposta è stata positiva da parte dei ragazzi, ma si vede che ciò non era in linea con chi teme di perdere potere e manovalanza. Incomincio a pensare che le madri di questi figlioli veramente li preferiscano in carcere e non piuttosto liberi impegnati in attività scelte o inventate da loro e legali. Ovunque vi è qualcosa da proteggere e il senso estetico e la bellezza o le soluzioni alternative ecocompatibili vengono accantonate per soluzioni che probabilmente offrono maggiori margini di guadagno. Mi sento meno solo dall’ottobre 2010: ho il sostegno morale dei giovani e dei partecipanti al gruppo di ReggioNonTace. Stiamo cercando di sollecitare le coscienze a vedere con occhi e pensieri nuovi, Lottiamo per la pulizia della nostra città. Stiamo impegnandoci contro la centrale a carbone a Saline (strano posto con grandi forze alle sue spalle visto che nel tempo ha avuto una industria per la produzione di proteine dal petrolio, una officina grandi riparazioni, un porto turistico …tutto non funzionante alla data attuale…e persino lo sbarco di Garibaldi: eh, via, lo sapeva anche lui che qui avrebbe trovato braccia aperte ad aspettarlo).

 

Il progetto di cambiare le cose ha ambizioni che noi vorremmo affrontare a piccoli passi, gradino per gradino per creare un pensiero che partecipa e una forza di lavoro che produce. Nel caso che mi riguarda: vi è la fattoria agricola con i suoi lavori e l’indotto, vi è l’agriturismo con i suoi servizi e l’indotto, vi è la fattoria didattica con la sua educazione e l’indotto. Tutte cose possibili e realizzabili. Chi sta remando contro e, soprattutto, chi se la sente di pagaiare insieme?

 

In questi dodici anni di percorso in Calabria ho saputo diverse cose sulla divisione dei territori e su come qui vengano pensati i rapporti. Non è strano che lo Stato e gli organi che dovrebbero monitorare e proteggere il territorio si trincerino dietro la necessità di avere prove. Ma, non sono abbastanza prove ciò che avviene?  Non sempre è un fatto di malavita organizzata, alle volte è solo un fatto di malavita comune, mi rispondono. Ma cosa cambia per il cittadino che lo subisce? L’esercito che istituzionalmente dovrebbe difendere il territorio della Patria è allocato nei punti meno importanti per risolvere il problema. Utilizziamolo in modo efficiente e senza  interventi occasionali. Sicurezza e giustizia si chiede. Il magistrato Nicola Gratteri (1958 -) citando il giurista e filosofo austriaco Hans Kelsen (1881-1973) fa notare come la felicità possa essere solo collettiva e che l’individuo isolato non può essere felice. La felicità sociale, continua, si chiama giustizia e  bisogna costruirla perché senza giustizia non esiste né felicità né libertà.

Ora se giustizia, oltre quella  formata sulla nostra cultura e educazione, significa anche leggi adatte, bisogna sollevare il problema che la attuale legislazione andrebbe migliorata per controllare e ridurre l’influenza delle relazioni della ‘ndrangheta con la società.

Io credo che occorrerebbe togliere alla ‘ndrangheta la possibilità di investire in beni rifugio. A parte le azioni dirette di controllo e sequestro, sarebbe opportuno costituire un Demanio agrario da affiancare al demanio forestale, facendolo gestire a personale adatto e specializzato. Avere a prevenzione e difesa del territorio un gruppo di testimoni che rilevano ciò che accade, fino ad un controllo satellitare di tutta la Calabria contro incendi e spostamenti non autorizzati di mezzi pesanti. In modo analogo è opportuno un controllo della finanza su coloro che ostentano mezzi il cui uso presuppone guadagni notevoli o di coloro che esercitano senza le dovute iscrizioni. Richiede contributi sulla base del guadagno reale e non sulla base di indici e si tenga anche conto delle denuncie, intimidazioni, distruzioni che era lo Stato a dover prevenire. Se ci si chiede di essere solidali, di lottare contro la malavita, che siano gli uomini dello Stato a dare il buon esempio e fare fronte insieme come comunità.

 

Intanto sono al vaglio del gruppo operativo del Tribunale dei minori di Reggio alcune idee per attivare un qualcosa di significativo a Seminara. Lo stiamo proponendo anche al Progetto Policoro e a ReggioNon Tace. Vogliamo iniziare a preparare i giovani che vorranno partecipare all’iniziativa il cui scopo è di formare professionalità tali da permettere ai giovani di organizzare un lavoro in proprio:

  1. Corso di formazione in educazione ambientale con attività semiteoriche e pratiche sul terreno, utilizzando come area di riferimento la Villa Comunale. Lo scopo è formare un gruppo affiatato e capace di utilizzare e costruire gli strumenti necessari con materiali poveri. Incentivare l’interesse, la curiosità, le capacità latenti di inventare.
  2. Preparare con l’aiuto di tutti i partecipanti ( giovani e ragazzi, animatori, giornalisti, media) un dvd da diffondere che diventi un progetto pilota da diffondere.
  3. Cercare di realizzare a Seminara, come segnale forte della presenza di uno Stato fin troppo latitante, ciò che è ipotizzato nel progetto: Parco eco-rurale, Fattoria didattica, Agriturismo e Azienda agricola
  4. . Elaborare con i partecipanti percorsi fattibili di servizio e occupazione (dall’orto dei semplici e orto tout court, all’intervento di trasformazione dei prodotti agricoli ottenuti, alla organizzazione dei percorsi didattici e della loro gestione con i visitatori, alla organizzazione dell’agriturismo). Un modello che permetta ai nostri giovani di occupare nicchie lavorative ancora vuote nella nostra Regione e sia un progetto pilota per chiarire che volendo si può fare.
  5. Organizzare le strutture e quanto è necessario per esaltare il paesaggio e creare percorsi relax con aree sosta e aree osservazione animali.
  6. Preparare incontri nazionali e internazionali per una comunione di idee e una rete di solidarietà.
  7. Le attività sul campo saranno suffragate da nozioni teoriche e seguite da specialisti nei diversi settori. Così ci saranno meccanici, agronomi, educatori, animatori, allevatori, alimentaristi, potatori, innestatori, cuochi, personale di sala, e così via.

 

Il senso è quello di togliere da quattro mura i ragazzi/adolescenti/giovani e invece fornire loro una opportunità per avere alla fine un piccolo fondo di investimento e la preparazione su una attività che li possa rendere indipendenti sia impegnati nell’azienda sia che decidano di operare all’esterno. I primi incontri sono per individuare le capacità e le attitudini a fare e capire se vi è abbastanza fantasiosità, creatività e curiosità per lavorare in comunità per un certo fine. Ci sono anche i campi di lavoro per chi vuole venire a rendere testimonianza in Calabria, vi è una educazione da somministrare con l’esempio. No, non è facile, è difficile, faticoso, pensi ogni momento di abbandonare. Ma poi rivedo i miei giorni da scout quando arrancavo con uno zainaccio su per i sentieri impervi d’Aspromonte pensando alla sorgente della Mangiatorella che mi avrebbe dissetato. Camminavo, sudavo e pensavo a quando mi sarei buttato sull’erba appoggiata la testa sullo zaino. Mi dicevo, non so se ve la ricordate: Seigneur, mon ami..

 

Non posso non piantare semi anche per chi verrà dopo di me. Forse non li vedrò mai i miei alberi, ma non posso non farlo. Voglio piantare un bosco di querce. Si inizia con un semplice seme che si cerca di piantare per creare una testa di ponte che si irradi in tutta la Calabria. Un progetto pilota, se si vuole. Combattere tutti assieme è un imperativo. Insorgere. Essere briganti per combattere la  ‘ndrangheta. Per fare questo occorre conoscerla bene. Significa studiarla, osservarla essere più veloce nelle azioni e nelle reazioni. Significa combattere in un gioco pericoloso che può avere conseguenze tragiche per qualcuno di noi. Ma chi lo deve fare gli altri per me, o non sono anche io coinvolto perché faccio aprte di una famiglia, la mia comunità? Io ho scelto d’essere brigante e spero che cento, mille, diecimila altri briganti facciano fronte comune contro chi vuole toglierci dignità, libertà e qualità di vita. Sarà una dura lotta visto che già la ‘ndrangheta è organizzata e noi siamo una diaspora di onesti. Siamo tanti ma divisi ed è per questo motivo che la ‘ndrangheta sta producendo carbone dai nostri olivi centenari per alimentare, è ovvio la centrale a carbone in quel di Saline. Sembra inarrestabile, inafferrabile, intoccabile. Così non deve più essere.

 

Con questo scritto dico ciò che ho vissuto e come l’ho vissuto senza porre dei limiti alla mia libertà di espressione e opinione. Anche se sono per altro alquanto intollerante agli intolleranti. Come cittadino componente di una comunità di cui volente o nolente anche la ‘ndrangheta fa parte come un parassita, voglio essere responsabile delle mie azioni per non annullare la realtà. La ‘ndrangheta deve smetterla di essere ciò che è: malavitosa e prevaricatrice. Deve inserirsi nel tessuto come una cellula sana, non come un cancro. La ‘ndrangheta ha la capacità di divenire qualcosa d’altro, in positivo? Non so. Lo vorrei sperare. Per quanto mi riguarda ciò che faccio non è solo per orgoglio, testardaggine, per mantenere un bene, o proporre alternative ai giovani. Il fine è combattere per dissodare questa palude culturale che ci avvelena tutti perché sono vive in me alcune parole che mai ho dimenticato e che fanno parte ormai del mio pensiero e dei miei atti: Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato. Lo ha scritto nel suo ultimo messaggio ai suoi scout B.P. (Robert Baden-Powell, 1857-1941). Certo ve lo ricorderete. Sono certo che ne sappiate fare buon uso e con responsabilità. E’ questa la nostra forza e in questo siamo scout: un servizio verso gli altri che non ha mai fine.

 

Giuseppe Spinelli, imprenditore agricolo e educatore ambientale.

 

(da una lettera inviata nell’agosto 2011 a varie persone, riveduta in Seminara il 30 luglio 2012 e riscritta il 14 ottobre 2012)

 

Chi volesse maggiori informazioni oppure discutere: g.spinelli@cseaam.org

Via XXI Agosto, 42

89127 Reggio di Calabria

Tl/fx 00390965312941

 

Guardate anche WWW.reggionontace.it

WWW.masci-rc4.it

 

 

 

 

 

 

Allegato 1.

Considerazioni maturate in rapporto ai problemi sociali ambientali

Delle Aziende Agricole in Provincia di Reggio Calabria

 

 

 

Stato di fatto.

Numerose sono le pressioni indirette tendenti ad acquisire appezzamenti di terreno a costi ridotti rispetto al loro valore reale. O pressioni volte ad assunzioni di guardianìa o in nero. Vi sono stati tagli di alberi, abbruciamento di olivi e viti, la pratica dell’incendio di singole piante e dell’erba, ruberie, denuncie di natura occupazionale (omissioni di pagamento per il lavoro prestato, straordinari unilateralmente testimoniati, mancate contribuzioni all’INPS), alterazione dei fossi di scolo delle acque per passaggio abusivo di greggi, diritti di superficie vantati, minacce presentate come consigli, impedimento alle assunzioni di propri dipendenti.

 

I Considerazione.

Ciò comporta, da parte del proprietario un continuo stillicidio, un pungolo ai fianchi, una morte per inedia e, da parte di acquirenti locali, l’acquisizione di beni con un esborso minimo.  Significa che l’acquirente viene a beneficiare di un patrimonio più che doppio rispetto al valore d’acquisto o solo di esproprio. In altre parole, chi compra, diventa sempre più potente in termini economici e può investire in questo bene rifugio i proventi di qualsiasi altra attività. Legale o illegale che sia. Se vi è il sequestro da parte dello stato di un bene mafioso, si sappia che esiste anche l’opposto, ed è molto più diffuso: il sequestro da parte della ‘ndrangheta di beni che appartengono a chi vuole ben lavorare.

 

II Considerazione.

Varie sono le forme per acquisire terreni di terzi: stancare con ripetute azioni che fanno  lievitare i costi, impediscono un lavoro produttivo e minano psicologicamente la persona; cercare di acquisire quota parte dell’azienda; denunciare con “prove testimoniali” che l’Azienda ha commesso un illecito sul contratto di lavoro (un operaio agricolo che denuncia che lavorava di più e diversamente rispetto al contratto sottoscritto, ad esempio). Altra forma è cercare di avere un contratto di fitto temporaneo, oppure dare una caparra in un contratto di vendita chiedendo di potere iniziare a coltivare in vista del saldo: ambedue le forme hanno la funzione di occupare i terreni senza che poi si riesca a fare valere i diritti della proprietà.

 

III Considerazione.

L’organizzazione ndranghetista è una organizzazione dal ricambio efficiente e la rete di collegati è vasta. Inoltre, nella situazione particolare viene vista come la sola che può offrire lavoro ed è radicata nella cultura locale dal passato remoto. La famiglia ne è la forza. Reputo che  non si possa far altro che controllarla. Nel lungo tempo, forse, la si potrebbe indirizzare verso la legalità. E’ controproducente eliminarla del tutto perché non possiamo sapere quali forze potrebbero prenderne il posto (mafie albanesi, mafie cinesi, mafie russe, mafie locali importate).

A giustifica di questa affermazione vorrei fare presente che la società è un sistema complesso per definizione. E’ un sistema articolato in una serie di interrelazioni; semplificando dall’ecologia e dall’agricoltura abbiamo: produttori, consumatori, parassiti. Se un parassita viene completamente debellato, ad esempio, altri esseri tendono ad occupare la nicchia lasciata libera evolvendosi da altri parassiti, dai consumatori o dai produttori. Se il gioco della vita è questo e volendo considerare le mafie come parassiti, non possiamo che agire per impedire che essi diventino virulenti. Controllo e prevenzione, essere un passo avanti.

 

IV Considerazione.

La struttura mentale ndranghetista è talmente radicata nell’immaginario e nella cultura locale che diventa pressocchè impossibile sradicarla completamente. Certi atteggiamenti, come il poco rispetto per gli altri, l’arroganza, la prevaricazione come significazione di essere più forte e di avere potere, la prassi della raccomandazione senza meriti, il volere accaparrare comunque fondi disponibili indipendentemente dai risultati, permeano la società locale. Ovverossia, il fenomeno è più vasto delle azioni specifiche proprie di una organizzazione che lucra su proventi illegali: droga, prostituzione, armi, terreni e attività produttive. Nello stesso tempo va precisato con forza che occorrerebbe un’azione permanente di educazione tout court che insegni la cooperazione, insegni a riconoscersi in certi valori e insegni a costruire un rapporto di rispetto reciproco scevro da gelosia, invidia, incompetenza professionale, presupponenza, individualismo e corruzione. Significa che da un lato va fatta un’azione moralizzatrice nei confronti di tutti i cittadini (in prima linea forze dell’ordine, tecnici, amministratori, politici, insegnanti) e dall’altra un’azione di prevenzione e di controllo giocando la legalità il ruolo del judoca che utilizza la forza dell’avversario per vincerlo.

 

V Considerazione.

Bisognerebbe analizzare la criminalità in Italia, vedere come sono distribuiti i reati e capire a chi possono essere imputati e quale è la tendenza e le strategie adottate per perpetrare gli illeciti. Da dove vengono questi “ndranghetisti”? In area vi è un decremento o un incremento delle nascite che possa farci capire l’andamento per il futuro? Ci sono centri di aggregazione? Che cosa fanno? Chi fa azione educativa per indirizzare verso la legalità? Chi fa azione di promozione occupazionale seria per sottrarre manodopera alla ‘ndrangheta? Prevenire le cause è meglio che controllarle; controllare è meglio che intervenire sull’effetto. L’intervento e la punizione diventano l’ultima ratio sperando che questo possa essere utile per il recupero dei tasselli del mosaico. In ogni caso cosa facciamo, noi società civile, per i giovani, per recuperarli se deviano per educazione avuta o assenza di educazione legale? Cosa facciamo e che controlli attuiamo affinchè abbiano posti di lavoro non pagati in nero e sottopagati? Abbiamo una mappatura degli appezzamenti che vanno a fuoco  e quelli che ne rimangono indenni? A chi appartengono? E così via dicendo esistono modi per controllare, le leggi lo permettono o favoriscono chi commette un reato?

 

VI Considerazione.

Alla luce del buon senso direi che l’azione preventiva si potrebbe esercitare su:

a-      controllo dei traffici e controllo delle attività economiche copertura;

b-     impedire che i proventi realizzati possano essere utilizzati per acquisire sempre maggiore potere comprando a prezzi decurtati beni rifugio quali possono essere considerati i terreni agricoli;

c-      controllo dell’ostentazione di ricchezza e confronto con la dichiarazione dei redditi e un controllo della finanza (ad esempio, se il figlio di un pecoraio viaggia con una macchina che non dovrebbe avere, considerando i potenziali guadagni, sarebbe bene indagare come ha fatto: guadagni, eredità, vincita al lotto. ecc.). E se ha una macchina o se ha beni propri, come li ha avuti, sono stati opportunamente dichiarati? E’ un prestanome?

d-     presenza più puntuale sul territorio di attività statali produttive con funzione di controllo: fattorie statali, imprese industriali statali, imprese artigianali statali. Non sto pensando ad un collettivismo che ha dato risultati deludenti, ma ad una forma nuova in cui tecnici e professionisti impiegati dallo Stato gestiscono in modo produttivo una manovalanza che altrimenti è destinata a coprire nuovi settori economici o di controllo dell’apparato organizzativo di stampo mafioso. Non ci sono solo le industrie, c’è anche la produzione primaria.

e-      La famiglia che ruolo svolge? Che ci dobbiamo aspettare per il futuro? Quali idee circolano in famiglia nelle scuole, nei media, nei club, relativamente al rapporto tra (intra) e non affiliati (inter)? Quale è il ruolo delle donne in queste società? Come si trasmettono tutti quei valori considerati importanti dai ndranghetisti? Quali di questi valori vanno rispettati, quali vanno rigettati, quali permettono un compromesso? Nel bene e nel male la società ndranghetista è parte della più vasta società locale: quanto? Cosa fare per utilizzarla in modo tale che  ridiventi quell’associazione a favore della popolazione in toto e non collassi per dare spazio ad altre incontrollabili organizzazioni. In un certo senso le lotte avvenute nel suo interno (e che continuano tuttora) mostrano la capacità evolutiva della ndrangheta. E’ cambiata e se si, come è cambiata la ndrangheta dall’Unità d’Italia ad oggi, per esempio?

La nostra società ha visto nel tempo un cambiamento di attività economica prevalente: da agricola è divenuta “terziaria”, cosa potrebbe divenire nel futuro? Bene, è in quel senso che si stia muovendo la ndrangheta. E in quel senso che noi ci dobbiamo muovere per esserne un passo avanti.

f-      Vanno pertanto curati studi pratici per prevenire ciò che potrebbe fare la ndrangheta nel futuro, anche immediato. Essere un passo avanti per impegnare e contrastare le sue forze piuttosto che inseguirla per tamponare. Insomma passare dalle trincee e i fortilizi della linea Marginot al movimento di carri armati di Rommel. Se è una lotta essa va seguita con mezzi efficienti sia materiali che mentali in una moderna tattica e una precisa strategia vincente.

g-      Se il nemico è la ndrangheta. Ma non solo: quanto è ramificata e chi coinvolge? Cosa dobbiamo fare per prevenire ed essere preparati ai suoi attacchi? Che fare perché invece di attaccare rimanga sul chi vive, in difesa, e non sappia dove e come e quando potrebbero intervenire le forze dell’ordine? Sappiamo se nelle forze dell’ordine, nei partiti, o in altri luoghi di responsabilità e di controllo non ci siano suoi affiliati o aderenti? Li abbiamo isolati?  Chi assume posti di prestigio o anche esecutivi senza averne i titoli o senza alcun concorso trasparente, è stato individuato? Questi personaggi che occupano posti -salario assicurato senza saper fare-, vanno rimossi e va impedito che altri possano prenderne il posto. Ogni  assunzione dovrebbe passare attraverso un’analisi psicologica sul senso del servizio, ad esempio, in modo da creare una elite di amministratori efficienti, fedeli e onesti, come avveniva nell’ex impero austro-ungarico. Coloro che assumono posti di direzione e controllo dovrebbero aver seguito corsi e/o scuole speciali. Non reputo esserci democrazia votare in base ad una lista di candidati di cui non si conosce l’attitudine al servizio dello Stato.

h-     Prevedere la costituzione di squadre speciali mobili di difficile individuazione perché agenti in segreto, sfruttando proprio la imprenditorialità statale da diffondere nelle aree a rischio.

i-       Organizzare percorsi educativi per affrontare il problema del vivere in queste aree, del rispetto, della fiducia, della professionalità, della partecipazione. Giochi, materiali pedagogici, incontri  locali, regionali, nazionali e internazionali per educare alla cittadinanza.

j-       Organizzare attività produttive per dare lavoro, competenze, professionalità, aiutate concretamente dalle amministrazioni pubbliche.

 

Proposte possibili atte a risolvere la situazione relativa alla “pressione sociale” in atto sul territorio:

1.Esproprio da parte dello Stato dei terreni per costituire un demanio agrario da utilizzare in forme diverse (cooperative, prigioni circondariali per formazione addetti agricoltura tra i detenuti con condanne lievi e che quindi possono essere reinseriti, terreni sperimentali universitari o anche da dare in affitto con garanzie. Rivendere al prezzo equo, invece, farebbe ricadere nelle ipotesi delle forme di potere anzidette.

2.Aiuto nella gestione individuando persone correte o, meglio, un nucleo di carabinieri-operai assunti dall’azienda via ufficio di collocamento che sono in grado di capire cosa succede e possono essere operativi in segreto.

3.Staff di giovani educatori, soprattutto locali che collaborano con l’istituendo centro di educazione ambientale per l’ecoturismo, per una formazione anche a livello internazionale. O solo anche persone degne di fiducia che vengono impiegate in azienda e possono essere testimoni di ciò che accade per dare indicazioni certe di come intervenire.

4.Progetto per costituire in azienda una centrale operativa di controllo sul territorio, visto che ci si trova al confini dei comuni di Seminara, S.Procopio e Oppido Mamertino.

5.Organizzare un progetto di concerto conla Presidenzadel Consiglio fuori dal clientelismo e con un assetto manageriale che faccia vedere ai locali come sia possibile lavorare senza imposizioni e per un benessere diretto e indotto.

6. Creare una fattoria pilota per minori a rischio che attesti la presenza dello stato e la sua capacità di gestire il territorio. Un luogo dove lavorare, produrre e acquisire una mentalità aperta, cooperativistica e comunitaria. Un luogo da visitare per vedere tutto ciò che si potrebbe fare per lo sviluppo locale. Se la ‘ndrangheta si fa merito del potere che applica, ebbene l’azione dello stato sia tale da assumere in sua vece responsabilità e controllo.

 

Soluzione che si vorrebbe fosse attuata:

Cessione dei terreni allo Stato / Regione con una forma di esproprio. L’età del proprietario e la non continuità della gestione sono elementi decisivi perché vi è impossibilità nel futuro di fare fronte alla produzione e, quindi, si creerebbe un nocumento nazionale. Cfr Codice civile, parte III della proprietà, art 838.

 

Soluzioni che sembrano meno rispondenti alla soluzione definitiva:

Controllo e protezione diretta significano notevoli fondi disponibili; ma per quanto tempo si protrarrà l’azione? L’intervento non è risolutivo dato che finito l’effetto ricomincia la causa. Se io ottengo un risarcimento e rimetto in cantiere ciò che è stato distrutto, poi l’evento si ripete con altro esborso di denari favorendo coloro i quali mettono a disposizione servizi e vendita prodotti (un po’come la lotta contro gli incendi e gli operai forestali). Non è possibile neanche disporre un carabiniere o altra forza dietro ogni albero o garantire la incolumità, ché finendo l’azione protettiva dello Stato, finisce anche l’incolumità di colui che ha voluto agire. Una soluzione potrebbe essere quella di poter permettere alle forze dell’ordine di operare anche solo tramite esposto in modo che gli organi preposti possano indagare senza che questo porti, per denuncie specifiche, ritorsioni di alcun genere. Certo è che invece di avere soldati sparsi per il mondo o di stanza in Piazza Castello (fatto che fa emergere l’incapacità dello stato di risolvere in positivo i problemi di questa terra) utilizziamoli per colonizzare, come ricordo avveniva al tempo dei romani, e essere quel controllo territoriale di cui abbiamo bisogno.

 

 

Conclusioni.

Certo, non sono il primo (né sarò l’ultimo ) a denunciare il problema. Non vorrei iniziare ad avere un rigetto nei confronti degli amministratori e dei politici in generale. E non vorrei, nel prossimo futuro, essere costretto a rivedere la mia fiducia nei confronti della magistratura. Vorrei poter dare maggiore azione di gestione alle nostre forze dell’ordine che, uniche, fino ad oggi mi hanno aiutato. La questione è la seguente: Lo Stato è in grado di volere e potere risolvere i problemi generali che affliggono tanti proprietari oppure sarà meglio che nel particolare ci si aggreghi ad una società parallela per salvaguardare se stessi e ciò che si possiede, mutando i propri doveri e i propri diritti?

 

 

Scritto in Reggio di Calabria il 16 giugno 2006. Inviato a prefetto,  presidente regione e provincia, carabinieri, polizia di Stato, Unione europea.

 

Giuseppe Spinelli

 

Rivisto il 3 agosto 2012

 

 

Allegato 2.

 

SCHEMA da ripensante.

 

 

Antefatto.

Emigrante di ritorno – Mentalità diversa – Disadattato nella realtà calabrese.

Madre tedesca che mi ha dato dei principi che sono le mie attese.

 

Attese

Possibilità di dare la propria esperienza, impegnare il senso di comunità, servizio come parte della comunità, fiducia nelle istituzioni (amministrazioni, organi di polizia, magistratura), avere amici con cui collaborare per risolvere i problemi ed essere testimoni di un cambiamento. Lavorare per creare qualcosa che rimanga nel tempo.

 

Paure

Di non farcela.

Di cadere nella trappola del “Cu’ t’a faci fari?  Lassa iri ‘cà iesti megghiu, Non ti faranno fare nulla”

Di rimanere solo e dover abbandonare.

 

Situazione.

Tutto bruciato, rovinato, sul lastrico e pieno di debiti.

 

Considerazioni a margine

Io sono Meridionale, della Nazione Calabrese. Italiano. Ancora una volta me lo ripeto.

Me ne devo convincere. Perché:

1. Dal 1734 al 1861 nel Meridione vi era la casa regnate dei Borbone di Napoli

che avevano fatto di questa parte della penisola italiana una potenza indipendente.

Ci hanno fatto vergognare che ci fossero.  Ci hanno fatto vergognare di essere meridionali.
Recuperiamo l’orgoglio, il rispetto e la nostra identità.
2. C’è stato il mito del risorgimento e della liberazione garibaldina e piemontese contro la tirannia. Chi vinse furono i notabili: “Cambiamo tutto per non cambiare niente” fa dire al principe di Salina, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957).

Il popolo fu vessato e da povero che era divenne miserabile.

Ci hanno volutamente sottratto risorse ed energie.
Recuperiamo la dignità, la nostra economia e le nostre risorse.
3. Il Regno d’Italia è conseguenza di un’annessione a mano armata che ci ha tolto anche i diritti civili a causa dei quali, per la supposta mancanza, siamo stati invasi.

Quanti martiri si sono immolati per giungere a tanto?

I 2 sudditi austriaci fratelli Bandiera, i 5 martiri di Gerace, i 3 martiri di Reggio, le decine di patrioti che seguirono Carlo Pisacane, i 10 di Palermo, i  cento morti garibaldini? E coloro che si difendevano o non erano d’accordo? Briganti. Già, che importanza possono avere 500.000 e passa cafoni uccisi perchè volevano il ritorno di un Re di cui si fidavano? Gli antieroi sono scomodi.
Recuperiamo la verità e la memoria.

4. La retorica risorgimentale ha creato nobili intenti, sollecitato eroi senza macchia e senza paura, inventato politici geniali e lungimiranti, innalzato sovrani galantuomini e additato re bombaroli. Non ha badato agli intrighi e al malaffare, non alla corruzione e al trasformismo politico e economico, non al terrorismo e all’intolleranza, non alle collusioni con la malavita e all’immoralità, non alle repressioni e ai soprusi, non allo sfruttamento e all’ingiustizia. Cosa è cambiato in 150 anni di Unità? Sono queste le fondamenta su cui poggiala Repubblicaitaliana nata da una lotta di popolo? Io le rigetto.

Recuperiamo l’onestà, la morale e la giustizia.

 

Unità significa fusione. Significa che da tante realtà diverse, se ne costruisce una nuova in cui le forze convergono mantenendo la propria identità: lo Stato Sardo, quello Toscano, quello delle Due Sicilie o quello di Lucca, Parma e Piacenza, dello Stato della Chiesa o le Venezie. Nazioni che si fondono e che insieme si organizzano in modo efficiente a vantaggio di tutti i cittadini che vi fanno parte. Perché i carabinieri o i forestali devono essere solo la continuazione di quelli del Regno Sardo? Non vi erano carabinieri o forestali nel Regno delle Due Sicilie? La flotta duosiciliana era la terza al mondo nel 1860, dove è finita? Dove i primati delle nostre terre e la voglia di sviluppare il Paese?

 

Ho in mente le parole di Leonardo Sciascia (1921-1989): «Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità». Parafrasando Indro Montanelli (1909-2001) ci appare chiaro che un Paese che non ha idea e non aspira a conoscere il suo passato mostra di non volere capire il presente e si preclude la via per progettare il proprio futuro. Occorre cambiare per costruire cose nuove. Occorrono nuovi Briganti.

 

Cosa pensavo che si potesse fare

Rafforzare l’azione delle forze dell’ordine con nuove leggi specifiche per questa battaglia.

Controllo via satellite della Calabria per localizzare subito anche i piccoli focolari di incendio e i movimenti sospetti di mezzi pesanti, ad esempio in aree poste sotto sorveglianza

Gruppi di volontari che controllano da vedette le diverse aree per prevenire gli incendi

Educare la popolazione ad essere comunità nei confronti dell’intervento sul territorio

Cartografare le aree percorse dal fuoco per vedere a chi appartengono

Organizzare gruppi di giovani dell’esercito per il controllo del territorio che si facciano contadini

Creare una rete di collaborazione e disponibilità.

Creare un demanio agrario. Intervenire sui beni rifugio della malavita.

 

Cosa vorrei fare io

Agriturismo, fattoria didattica, azienda agricola e formazione minori a rischio e non. Sensibilizzare e lavorare. Contro corruzione, sopraffazione, intimidazioni, prevaricazioni, soprusi, violenza, soggezione, elargizione di favori tutti ingredienti della ingiustizia che ci priva della  libertà di essere

Per sfuggire a omertà, paura, obbedienza, complicità e fedeltà al potere del favore.

 

Cosa chiedo.

Chi di voi ha tempo da dare per un chilometro zero di qualcosa fatto da noi?

Chi di voi vuol comprare i prodotti biologici delle aziende a rischio?

Vorrei che lo Stato fosse presente non solo per rastrellare quattrini, è una cosa fattibile?

 

 

 

 

 

 

Allegato 3.

 

 

Comunicato  18 ottobre 2012 del Movimento Reggionontace.

Come premessa al nostro comunicato  circa lo scioglimento del Consiglio comunale da parte del Governo, intendiamo chiarire il perché ReggioNonTace interviene sul tema .

Ribadiamo il fine che ci siamo proposti e con cui ci siamo presentati fin dall’inizio nel dibattito politico: abbiamo scelto, dapprima, di interpellare tutta la classe politica e, in seguito, la neo eletta amministrazione comunale in riferimento ai valori della partecipazione, della trasparenza, e della legalità, ritenendoli punti cardine su cui debbano basarsi i rapporti tra  cittadini e amministratori, fondamentali per il vivere civile e democratico, e nel nostro territorio, in particolare, imprescindibili nella lotta contro la ndrangheta.

Durante la campagna elettorale del 2011, abbiamo presentato (dopo un tempo di studio e di elaborazione) un documento che abbiamo intitolato “Patto dei politici con la città alla luce del sole”; abbiamo invitato tutti i candidati a sottoscriverlo, ma la risposta è stata segnata da una mancata adesione da parte della quasi totalità, adducendo a tal proposito critiche e riserve tra le più varie e, nei casi sporadici di adesione, essa non è stata (tranne in un caso) caratterizzata da completezza.

A conclusione della consultazione elettorale – dopo pochi giorni dall’insediamento del nuovo consiglio comunale – sempre con l’obiettivo di affermare i suddetti principi, abbiamo cercato di entrare in dialogo diretto con il Sindaco e la sua Giunta, promuovendo un incontro tra i cittadini e il Sindaco, avvenuto il 3 giugno 2011, intendendo instaurare un rapporto diretto tra gli amministratori e i cittadini, anche per consentire agli amministratori stessi di smarcarsi da pressioni indebite che erano già evidenti ancor prima che fossero rese palesi dalle indagini della Magistratura.

Abbiamo, quindi, ritenuto opportuno e necessario “riesumare” le norme sulla Partecipazione previste dal Titolo II dello Statuto comunale e dal relativo Regolamento. In tal senso, abbiamo cercato di stimolare il dibattito sull’importanza del rispetto dell’iter di approvazione del bilancio preventivo comunale e dell’utilizzo, in particolare, degli strumenti partecipativi previsti dal nostro Statuto comunale (bilancio partecipato), a partire dall’approvazione del bilancio preventivo 2011.

Infine, ma non è una aspetto di minore importanza, abbiamo promosso un’assemblea cittadina, ai sensi dell’art. 20 dello Statuto comunale, proprio sui temi della legalità, della trasparenza e della partecipazione, raccogliendo 845 firme, debitamente autenticate, di cittadini reggini.

Ci siamo scontrati con un muro.

Per tutto quanto fatto e vissuto in questo periodo, riteniamo oggi di dovere, da cittadini, entrare nel merito delle decisioni del governo.

 

1) La nostra valutazione sulle decisioni della Ministro Cancellieri. Già prima del Decreto del Consiglio dei Ministri del 9 ottobre, abbiamo detto  che  l’eventuale  scioglimento non sarebbe stato un atto contro la città, ma avrebbe permesso di mettere al riparo la stessa da una situazione, qualora riconosciuta, che era – quella si – contro la città.

Avevamo detto, inoltre, che la valutazione doveva essere di carattere tecnico e, dunque, la decisione finale doveva trovare riscontro soltanto nella norma.

Il decreto di scioglimento non deve essere considerato, quindi, quale frutto di valutazioni di carattere politico, ma la mera applicazione di una legge; non è neppure una valutazione sulla città di Reggio e sui suoi cittadini, ma sull’operato degli amministratori nel corso del loro mandato. Questo, quindi, è quanto il Consiglio dei Ministro ha fatto.

2) Valutazioni sullo scioglimento. Che cosa è emerso dall’azione ispettiva della Commissione? L’amministrazione comunale non era libera di amministrare la cosa pubblica, perché fortemente condizionata, in varie forme, dalla “contiguità” con la ‘ndrangheta. Questo non fa altro che confermare la bontà delle nostre richieste: l’ostinazione con cui l’amministrazione comunale ha rifiutato il confronto con la cittadinanza non le ha, infatti, consentito di liberarsi dai condizionamenti.

Noi continuiamo a esser convinti che la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, soprattutto in un contesto come il nostro, sia elemento indispensabile. Non il solo, certo, ma quanto accaduto nella nostra città certifica che non se ne può assolutamente fare a meno.

In una città “normale” la partecipazione dei cittadini dovrebbe essere ovvia, perché sancita dalla Costituzione, dal Testo Unico sugli Enti Locali e dallo Statuto comunale, dunque legale, ma anche perché esigerlo non è un atto di ostilità  contro la città, ma un fatto assolutamente naturale.

E nella nostra città non è da interpretare, dunque, come un atto di ostilità nei confronti dell’ultima amministrazione perché queste istanze, come abbiamo più volte detto e continueremo a ripetere, le proporremo sempre e comunque – da cittadini liberi – nei confronti di chiunque amministri.

3) La nostra disponibilità verso i commissari. La presente situazione ci chiama a fare un passo in più già   nell’immediato: le stesse istanze che abbiamo espresso nei confronti degli amministratori eletti, le esprimiamo nei confronti dei commissari designati. Quello che noi proponiamo loro da subito, come abbiamo tentato inutilmente di fare con l’amministrazione Arena, è l’adozione di strumenti per interloquire direttamente con i cittadini al fine di: a) disinnescare l’effetto di pressioni anomale che, magari con strumenti più raffinati rispetto al passato, siamo sicuri si tenterà di esercitare anche sui commissari; b) comunicare alla città il suo reale stato; c)  ascoltare dai cittadini le proposte di indirizzo per le scelte da fare in favore della collettività, sia che riguardino l’uso delle risorse, sia che trattino dell’eventuale scelta su tagli di spese o aumento di tariffe; d) avere un canale positivo di comunicazione che abbia come ricaduta il ritrovamento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

4) Da oggi in poi con la città e con la classe politica. Come pensiamo di vivere da ora in avanti? Fin dalla nostra nascita, oltre che offrire il nostro supporto morale alla Magistratura, l’obiettivo che ci siamo proposti è stato quello di contribuire al risveglio delle coscienze per una  piena assunzione delle responsabilità per quanto accade sul nostro territorio, anche relativamente alla gestione della cosa pubblica. Come abbiamo fatto finora, non entreremo nei giochi delle alleanze e delle campagne elettorali; non siamo interessati a questo e continueremo a non essere interessati a questo! E dato che la sfiducia che ha preso tanti,  ha consentito ai prepotenti di impossessarsi della città, continueremo a creare occasioni per il risveglio della coscienza civile, per imparare ad affrontare i problemi, analizzandoli e cercando insieme soluzioni, perché possiamo – come collettività – ritrovare la voglia della partecipazione.

In tal senso, ci impegniamo sin da adesso ad essere voce critica, in positivo e in negativo, verso coloro (partiti, movimenti, associazioni) che dichiarino di voler avviare un percorso di ricostruzione della città finalizzato alla elaborazione di un programma politico per il futuro anche, ma non esclusivamente, per le prossime elezioni amministrative. Garantiamo, in tal senso, il nostro contributo per creare un volto nuovo della città e ri-esistere con dignità, anche attraverso la formulazione di un nuovo patto etico.

Allo stesso tempo, saremo fermi oppositori di coloro che invece volessero – in modo più o meno evidente – dar continuità ad un modo di amministrare che tanti disagi ha causato e continuerà, purtroppo a causare, a tutta la cittadinanza, anche nei prossimi anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

Allegato 4.

 

Reggio non tace

 

Lo slogan che contraddistingue il movimento è: “No alla ‘ndrangheta senza etichette”. E’ un movimento di cittadini che il 3 gennaio 2010, dopo l’attentato dinamitardo ai danni della Procura Generale di Reggio Calabria, si è ritrovato in piazza per dimostrare contro questa forma di violenza e fare comprendere che  Reggio non tace.”

 

Il Movimento è un aggregato di storie e appartenenze diverse che costituisce la sua forza e la sua ricchezza. Ci si confronta continuamente e ci incontra per riflettere insieme e sviluppare e promuovere nuove proposte e iniziative concrete contro la ‘ndrangheta per rompere il silenzio e l’omertà che ha caratterizzato per tanto tempo la vita della nostra città. Abbiamo deciso di lottare contro l’oppressione della ‘ndrangheta e delle sue molteplici complicità, coperture e connivenze. Non vogliamo e non possiamo tacere.

 

I primi obiettivi, vista la situazione drammatica in cui versa la città di Reggio è di promuovere un risveglio della coscienza della cittadinanza responsabile attraverso la non violenza e la forza persuasiva del dialogo. Si intende creare spazi di solidarietà e di resistenza non solo per contrastare la ‘ndrangheta ma soprattutto di rendere possibile una giustizia sociale, indispensabile presupposto per una convivenza civile e partecipata. Possono fare parte del movimento tutti coloro che si riconoscono in questa lotta. Essere in tanti dà forza, aiuta ad avere coraggio, ci rende meno vulnerabili e dà maggior efficacia alle nostre azioni. Ci restituisce inoltre la gioia della speranza. Ogni tre di ogni mese un incontro con la popolazione su tematiche che possano fare riflettere attraverso un percorso di coscienza e di democrazia che passa per l’assunzione personale di responsabilità. Inoltre operiamo per praticare iniziative e progetti concreti che coinvolgano tutti gli uomini e donne di buona volontà per affrontare  l’illecito, aiutare chi l’ha subito e costituire una nuova società civile.

 

*Basta con il falso quieto vivere che ci rende complici di chi prospera soffocando l’economia della città e taglieggiando gli onesti;

*Basta con l’assuefazione alla violenza che fa passare inosservati esplosioni e incendi ormai quotidiani;

*Basta con la solitudine della brava gente inerme di fronte ad un nemico forte e subdolo;

*Basta con l’illegalità diffusa;

*Basta contrastare la magistratura e le forze dell’ordine che compiono fino in fondo il loro dovere. Essi

vanno appoggiati e sostenuti;

*Basta vivere nella paura. Vogliamo essere solidali con le persone oneste e laboriose;

*Basta all’omertà per i propri tornaconti. Denunciamo quanti, pur ricoprendo incarichi di rilievo nelle

istituzioni, sono conniventi o incompetenti;

*Basta con il disinteresse, come se la cosa non ci riguardasse. Impegniamoci personalmente, nei nostri comportamenti quotidiani ad essere coerenti con il rispetto della legalità e il perseguimento del bene comune.

 

 

 

 

Allegato 5.

 

Progetto Policoro

La Caritas Italiana è l’organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana) per la promozione della carità. Ha lo scopo cioè di promuovere «la testimonianza della carità nella comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica» (art.1 dello Statuto).

È stata costituita il 2 luglio 1971, per volere di Paolo VI, con decreto della CEI, dopo la cessazione della POA (Pontificia Opera di Assistenza). Opera nello spirito del rinnovamento avviato dal Concilio Vaticano II. Fondamentale il collegamento e confronto con le 220 Caritas diocesane, impegnate sul territorio nell’animazione della comunità ecclesiale e civile, e nella promozione di strumenti pastorali e servizi: Centri di ascolto, Osservatori delle povertà e delle risorse, Caritas parrocchiali, Centri di accoglienza, organizzazione di microprogetti di sviluppo e progetti a più ampio respiro significativi per l’autopromozione locale, proposti dalle stesse comunità del Sud.

Educazione alla pace e alla mondialità, dialogo, corresponsabilità sono anche le linee portanti degli impegni della Caritas nel mondo. Negli interventi internazionali vale il principio della sussidiarietà, nel senso di integrare gli sforzi che primariamente spettano a ciascuna Chiesa locale dei Paesi colpiti da calamità o in cammino verso lo sviluppo. Si cerca anche di creare le condizioni di intervento per le Caritas diocesane disponibili ai gemellaggi, preziosa occasione di reciprocità in una rete di solidarietà che va oltre i confini nazionali.

A partire dal 1995 la Conferenza Episcopale Italiana promuove una nuova iniziativa rivolta ai giovani quale segnale concreto di rinnovamento e speranza. Nasce il Progetto Policoro che è coordinato dall’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e del lavoro, dal Servizio Nazionale per la Pastorale giovanile e dalla Caritas italiana. Sono i giovani, soprattutto quelli che vivono il grave problema della disoccupazione e del lavoro precario i protagonisti. Il Progetto intende aiutarli ad orientarsi rispetto alla loro vocazione umana e professionale attraverso percorsi formativi che li accompagnano alla ricerca attiva del lavoro e, se possibile, nella creazione d’impresa. Nel progetto l’annuncio del vangelo costituisce il punto di partenza che caratterizza la sollecitudine pastorale nei confronti dei giovani lavoratori, chiamati ad attivare la loro potenzialità in un’ottica di imprenditorialità personale, sociale e di cooperazione. Il progetto promuove inoltre la cooperazione e la collaborazione tra le chiese del settentrione e quelle del meridione ispirandosi all’insegnamento sociale della Chiesa.

Il Progetto a tutt’oggi ha promosso la nascita di 500 entità lavorative che danno lavoro a 4000 giovani. Sono gli effetti di una nuova strada possibile che rida fiducia alle persone, che propone un modo diverso di vivere l’impegno civile e richiama l’importanza di assumersi le proprie responsabilità in seno alla comunità. Il progetto è la testimonianza di una crescita culturale nella speranza, nella legalità e nella solidarietà. Si parte dall’annuncio del Vangelo, si passa dall’impegno di formazione culturale e culmina nella capacità di mettersi insieme per realizzare gesti concreti di solidarietà e rapporti di reciprocità. La chiesa in toto è chiamata ad offrire appoggi e sostegni affinchè ogni membro possa crescere nella speranza che la rassegnazione e lo scoraggiamento possono essere vinti. Come diceva  Don Mario Operti: “Non esistono formule magiche per creare lavoro. Occorre investire nelle intelligenze e nel cuore delle persone”.

Allegato 6.

 

CENTRO DI GIUSTIZIA MINORILE DELLA CALABRIA E DELLA BASILICATA

Il Centro per la Giustizia Minorile (CGM) è un Ente pubblico e organo del decentramento amministrativo con territorio di competenza regionale o pluriregionale corrispondente anche a più distretti di Corte d’Appello come il Centro Giustizia Minorile per la Calabria e la Basilicata.

Esercita funzioni di programmazione tecnica ed economica in conformità con le politiche di intervento territoriale e gli obiettivi perseguiti dal Dipartimento. Effettua azioni di controllo e verifica nei confronti dei Servizi minorili da essi dipendenti quali gli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni, gli Istituti penali per i minorenni, i Centri di Prima Accoglienza, le Comunità Ministeriali.

Il CGM è un sistema di servizi e di operatori specializzati nell’aiuto e nella progettazione di interventi a favore dei ragazzi vittime del disagio e sottoposti a procedimenti penali.

Il Centro Giustizia Minorile rappresenta lo strumento propulsore dei Servizi della Giustizia e di coordinamento e raccordo con le politiche giovanili della regione e degli Enti Locali.

La Mission del Centro della Giustizia Minorile, che costituisce dunque l’anello di congiunzione tra il Dipartimento Giustizia Minorile e realtà locale, è rappresentato dalla ricerca di interconnessioni interne ed esterne finalizzate a ridurre il fenomeno della devianza minorile sia attraverso risposte istituzionali sia attraverso interventi innovativi “contestualizzati territorialmente” anche a carattere preventivo, promuovendo e valorizzando l’integrazione con la rete di servizi e di risorse (pubbliche, del privato sociale e del volontariato) per una rinnovata azione politico-amministrativa ed operativa interistituzionale.

La Comunità Ministeriale di Reggio Calabria nasce nel 1998 e accoglie i minori sottoposti a provvedimento del collocamento in comunità come misura cautelare, misura alternativa alla detenzione o di sicurezza. Garantisce la corretta esecuzione della misura e finalizza l’intervento alla restituzione del minore al contesto sociale di appartenenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

Allegato 7.

 

Dal Salmo di Davide, 23.

Il Signore è il mio pastore

Non manco di nulla.

In pascoli verdeggianti mi conduce

E a limpide sorgenti mi fa dissetare.

Egli rinfranca l’anima mia e

In sentieri di giustizia mi guida

Egli è il mio vincastro e mi salva

In una valle oscura

quando la dritta via viene smarrita.

Egli è la mia guida e la mia protezione

e non temo alcun male.

Ecco per me una tavola imbandita

Di fronte ai miei nemici

È stata preparata

E il capo mi viene cosparso di olio

e la barba di mirra.

 

Non abbandonerò la casa del mio Signore

Essa è la mia e il dono che il mio Signore ha fatto

A quest’uomo

io lo terrò per tutti i giorni della vita.