Intervento di Luigino Bruni a Spoleto

Intervento di Luigino Bruni a Spoleto

 

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Grazie per queste parole molto generose.

Sono contento di essere qui innanzitutto per dire grazie a tutto quello che il movimento scout fa nel mondo da tanto tempo, siete una sorta di bene comune globale, come gli oceani e l’atmosfera, qualcosa che va molto al di là rispetto a chi ne fa parte; tutte le volte che si vede un gruppo di scout che cammina per le strade mi torna in mente quella bella espressione con cui venivano chiamati i primi cristiani che è “quelli della strada”, infatti il primo nome dei cristiani, prima che fossero chiamati così ad Antiochia, era proprio quelli della strada (via) perché camminavano lungo le strade dietro a Gesù. Quindi vedendovi mi torna in mente la bella immagine della sequela e del cammino…. e poi si vedono i frutti di questa esperienza, di chi la incrocia e di chi la conosce e di chi la fa; io ho avuto qualche occasione di incontrare il mondo scout, non tantissime, perciò la prima cosa che voglio dirvi sinceramente e un vero grazie per quello che voi fate da adulti ma il grazie va a tutto il movimento.

Inoltre sono un grande ammiratore del vostro fondatore, Baden Powell, lo considero un profeta dei tempi moderni (in fondo il profeta biblico è colui che vede già nel presente i segni del futuro, non è un veggente o cartomante, ma colui che sa leggere il presente in una prospettiva diversa, “già e non ancora”) e mi porto dietro molti suoi pensieri e frasi, come il suo motto ask the boychiedi al ragazzo – che spesso uso come la più bella definizione del principio di sussidiarietà. Per risolvere un problema parti da chi è dentro il problema, ovvero il ragazzo che è il primo che ha la competenza sul problema che vive e poi vai all’adulto… ask the boy chiedi al ragazzo la considero come la più bella intuizione pedagogica di sempre.

Quindi prima di tutto il mio grazie.

Ora vorrei entrare dentro all’argomento che mi avete dato, ho scelto alcuni temi sapendo che siete un pubblico molto eterogeneo e sperando che ognuno si possa trovare almeno in qualcuno di questi.

Il tema da voi scelto del seme mi piace molto perché le immagini dei semi e segni di speranza sono bellissime cose concrete che dicono molto: il titolo ci dice innanzitutto che la speranza è un seme e il seme non può essere prodotto. Un albero non è costruito: si affida alla terra un piccolo seme, fragile, e si aspetta che accada qualcosa, quindi nessuno lo controlla. C’è una strana e bellissima libertà del seme di fare quello che vuole, che è scritto nel suo codice di sviluppo che noi non conosciamo. Può essere una erbaccia o un seme meraviglioso, come quando portarono dall’America i semi con Cristoforo Colombo e piantarono le patate e i pomodori, non avevano mai visto i frutti ma li piantarono nella terra ed aspettarono di vedere ciò che sarebbe successo. Immagino che il seme della speranza sia come i primi semi dall’America: non sappiamo che frutto porterà. C’è poi una dimensione di gratuità, non controlli il processo della speranza, puoi solo piantarne il seme sapendo che il seminatore non siamo noi ma nell’umanesimo biblico-cristiano è Dio; noi possiamo solo preparare il terreno, aspettare il seme e vedere cosa poi succede. Il seme inoltre rimanda al mondo agricolo e questo al saper aspettare: l’altro giorno ero con un imprenditore della pasta, marchigiano, e diceva “noi siamo sottoposti alla dittatura dei tempi della natura, il grano ha bisogno di mesi prima di divenire pane, c’è bisogno di molto tempo” dobbiamo saper attendere ed è ciò che manca alla nostra cultura oggi. Noi vorremmo sempre tutto in ogni ora le fragole d’inverno, le ciliegie in qualsiasi momento…. La dimensione dell’attesa è fondamentale per il desiderio (desiderio, come sapete, ha quale radice de sidera, sidera vuol dire stelle, e il de vuol dire mancanza è un de privativo) il desiderio nasce quando non vedi ancora le stelle e le vuoi rivedere. Quindi quando uno non attende niente si spengono i desideri ed è il motivo per cui i nostri bambini sono meno felici dei regali di una volta, perché il regalo ha senso se arriva ogni tanto non se arriva tutti i giorni, quindi la dimensione dell’attendere qualcosa di importante è fondamentale per creare quei desideri da bambini che poi diventeranno imprese e progetti da adulti. Il seme rimanda a tantissime altre cose, è una immagine generativa, è una bellissima metafora che avete scelto e poi è una espressione profondamente biblica e profondamente umana.

Vorrei allora partire dicendo con voi che cosa è la speranza, che avete messo al centro di questo vostro incontro. Che cosa è la speranza? domanda difficile e risposta ancora più difficile, perché sono tante le speranze nella vita. Qualche tempo fa ho scritto un articolo sulla speranza e ho un po’ studiato, ci ho pensato e ho scoperto che c’è una prima speranza che è quella che san Paolo chiama “vana” che è la speranza ripresa dal mito greco antico di Pandora (il vaso di pandora, il mito che è parallelo al peccato di Adamo ed Eva) che riceve dagli dei un vaso che non deve aprire, lei lo apre ed allora escono tutti i mali del mondo tranne uno che è la speranza che rimane in fondo al vaso. Non si capisce bene se la speranza sia un bene o un male, perché il vaso conteneva tutti i mali. Allora c’è una speranza che è un male, è proprio quella vana, che sono le promesse che si fanno ai poveri e alla gente semplice, mai realizzate. Quanta gente oggi si nutre di speranze vane, inesistenti! Pensate a tutto il mondo dell’azzardo (non lo chiamiamo nemmeno gioco, perché non è un gioco ma un’industria che consuma poveri), quanta gente coltiva speranze con il lotto, con le slot-machine, con i gratta e vinci. Quanta gente va dietro alle speranze dei potenti che la tengono legata al laccio con speranze irrealizzabili. C’è  sempre stato un uso manipolatorio della speranza, di gente che illude gli altri vendendo speranze che non ha. Questa speranza è brutta, è un male ed è bene che rimanga in fondo al vaso di Pandora, perché non deve uscire, è una speranza cattiva.

Poi c’è una seconda speranza che incomincia a diventare più bella, quella più popolare che è legata al non ancora, ai figli: è la tipica speranza dei nostri genitori e nostri nonni. Quella gente diceva: “bene la nostra vita è dura ma se lavoriamo bene se Dio ci benedice la vita dei nostri figli sarà migliore”. Questa era quel tipo di speranza che ha retto la civiltà occidentale: la cosa che è più importante non è la mia felicità ma quella dei figli. Oggi è certamente un momento difficile perché dopo dieci anni di crisi la vita si complica (ma una crisi che dura dieci anni non è più una crisi ma è semplicemente un mondo che è cambiato) ma certamente era altrettanto dura la vita durante la guerra, nel dopoguerra … ma allora si pensava che se i figli fossero andati a scuola sarebbero state persone più libere e avrebbero potuto avere una vita migliore, il non ancora non per se stessi ma proprio per i figli, la speranza per la vita dei figli. Questa idea fondamentale sembra oggi saltata. Dobbiamo ricordarci che esiste sempre un rapporto tra l’impegno personale di oggi e una felicità maggiore per chi viene dopo di noi: se noi togliamo questa idea dal mondo, il giorno in cui moriremo ci consumeremo tutto: l’homo economicus puro si mangia tutto il reddito il giorno prima di morire perché non ha eredi, non ha nulla. Tu puoi rispettare le generazioni future se hai il senso dell’eternità. Per quale motivo oggi assistiamo ad una fatica immensa per rispettare i patti sull’ambiente – stiamo trascurando completamente quello che stiamo facendo al pianeta – perché non ne siamo coscienti, perché il nostro orizzonte temporale finisce con la televisione, e l’idea di lasciare una terra vivibile magari fra trecento anni la ha solo chi ha il senso dell’eternità. Se togli questo senso, dell’eternità, ti mangi tutto e consumi la terra perché come dicono alcuni economisti “perché devo fare qualcosa per le prossime generazioni? Che cosa hanno fatto loro per me?” Se il contratto economico diventa tutto, tu fai le cose soltanto in base al rapporto di reciprocità; chi viene dopo di noi adesso non vota, non risponde a sondaggi, non mette I like su FB, chiaramente non conta. Ma se noi ci dimentichiamo che la speranza più importante è quella di chi deve ancora nascere la vita si intristisce: questa è una buona speranza.

Poi c’è ancora una terza speranza, che è quella che il cristianesimo ha chiamato Virtù teologale. Ci ricorderemo tutte le tre virtù teologali ma la più grande è la Carità (San Paolo). Cosa vuol dire teologale? che una dimensione della speranza è dono, non la produci ma la ricevi, teologale ovvero che ha a che fare con la dimensione dello spirito. E’ una speranza molto particolare e diversa dalle altre (una cattiva e l’altra naturale) perché c’è bisogno di un dono. Quando senti che la vita è finita, quando non c’è più niente da fare (senza andare dietro a guaritori e speranze vane illudendoti) quando senti che questo pezzo di vita finisce davvero, senti dentro una sorta di consolazione, di dono molto particolare, che è un tipo di gratuità e grazia, che non è una illusione ma ti lascia dentro qualcosa altro (film le notti di Cabiria, Fellini) che ti fa capire che nella vita c’è una dimensione di bellezza che va oltre il nostro impegno come virtù, è semplicemente un dono. Allora lasciamo per un attimo da parte la speranza negativa e cerchiamo di guardare quella buona, come virtù e come grazie.

Dove sta la speranza, dove vive, dove abita la speranza, dove la troviamo? Quale è il più grande luogo di speranza della terra: è la terra stessa, perché la terra è piena di speranza nelle cose più normali. Noi dobbiamo imparare a vedere le cose straordinarie nelle cose normali perché anche noi del mondo cattolico tendiamo ad associare la speranza a delle esperienze edificanti, a testimonianze non ordinarie e ci dimentichiamo che la speranza sta dentro alle famiglie normali, tutte le mattine, sta dentro alle imprese più normali, lì sta la speranza. Se io non la trovo nelle cose normali non la trovo da nessuna parte: non possiamo andare a cercare speranze impossibili e non vedere quelle che tutte le mattine rinascono vicino a noi. Se noi non impariamo a vedere la speranza nelle cose normali, quando ci capita quella straordinaria (quella delle notti di Cabiria) non la sappiamo riconoscere perché abbiamo perso l’allenamento a riconoscere la speranza come sorella speranza normale, ordinaria, semplice, feriale, quotidiana, che è quella più importante. Noi faremo ogni tanto esperienze straordinarie, e vanno fatte nella vita (almeno una) ma facciamo milioni di esperienze normali quotidianamente. Dobbiamo diventare esperti a scoprire la speranza dove sembra non esserci e dove sembra che ci sia semplicemente la tristezza, scoprire la speranza dove sembra esserci la disperazione, dobbiamo scoprire l’oro immenso che c’è nella vita che spesso non vediamo perché andiamo a cercarlo chissà dove. (esperienza dell’imprenditore serbo che vuole coltivare funghi) Il mio invito è quello di imparare a riconoscere la speranza nelle cose più normali perché è lì che si nasconde un messaggio bellissimo per noi. Uno dei segreti della vita del diventare adulti, grandi come noi, è riuscire a vedere la positività della vita.

In un tempo come il nostro, un tempo pessimista, io soffro tantissimo nel vedere la negatività che ci circonda, gente che vede solo evasori fiscali, delinquenti, truffatori, emigranti economici (si dimentica poi che sono ragazzi che vengono qui per vivere), questo guardarci con sospetto l’un l’altro.  Ricordiamo la saga Peppone e don Camillo che è un mito fondativo dell’Italia del ‘900 perché loro litigavano sempre ma quando c’era l’alluvione del Po andavano insieme a difendere Brescello. Ciò vuol dire che al di là delle differenze c’è una fraternità civile che viene prima della competizione politica o economia che li fa sentire un solo popolo. Oggi questo lo ritrovi in Africa o in Asia, dove nei paesi più poveri la gente ha un senso di appartenenza ad un popolo molto maggiore di noi. C’è una alleanza civile che fa mettere insieme la gente. In Italia questa dimensione di appartenenza a qualcosa di più profondo è andata persa. Se un popolo non ritrova una amicizia civile dove và? Nella modernità questo si chiama principio di fraternità ed è un principio politico non è semplicemente una parte del motto della rivoluzione francese, la fraternità stava insieme a libertà ed uguaglianza, perché se manca un senso più profondo di appartenenza, la competizione diventa guerra e la politica diventa semplicemente una dittatura della maggioranza che non è sicuramente una democrazia. Allora è importante in questo mondo riuscire a guardare la gente con positività.

In un mio articolo ho cercato di dare una definizione di come dovremmo cercare di guardare il mondo con speranza: “una persona civilmente matura che si abbassa e si china verso la terra e non guarda troppo il cielo; diventa più umano e non più divino, più uomo non più angelo. Si scopre, col passare degli anni, sempre più appassionato di tutto ciò che vive: delle parole e delle opere degli uomini e delle donne, e apprezza la bellezza ordinaria delle cose di tutti.” Magari abbiamo lasciato la nostra gente da giovani, siamo andati via dal nostro paese distinguendoci da loro, a volte criticando o disprezzando la vita normale di genitori, fratelli, e compagni,… ma un giorno da adulti torniamo e li guardiamo e ci nasce dentro il desiderio e la preghiera di somigliare un pochino ai nonni, ai genitori, persino alla buona normalità delle vecchiette vicine di casa, perché nulla manca alla vita. Penso che una persona che ha speranza vive così, vive sempre nello stupore di quanta bellezza c’è: si alza al mattino e trova la bellezza accanto a se, nelle persone, nelle cose, selle situazioni della vita. Questa è una delle cose cui tengo molto.

Faccio una piccola escursione biblica, perché la Bibbia è piena di speranza. Il nome stesso del Vangelo, è la buona notizia, e la prima notizia è che c’è qualcuno nell’universo che ci ha creati, tutta la Bibbia è un grandissimo canto di speranza che prende tutta la vita: anche l’ultimo giorno di vita deve essere vissuto, – si capisce la lotta del mondo cristiano per salvare ogni vita da varie forme di eutanasia – perché in fondo se la vita è un dono fino all’ultimo secondo è dono, anche nel mistero della sofferenza.

Un luogo dove la speranza è particolarmente forte è nei Profeti (Avvenire mi ha dato fiducia totale nel commentare la Bibbia… ho fatto Isaia e Geremia), questi sono il luogo di una speranza carismatica, pazzesca. Quando Isaia chiede un segno al Signore… troviamo “vi verrà dato un segno, un bambino, l’Emmanuel” il segno più bello di speranza è un bambino. A novembre faremo un con convegno a Roma – economie profetiche – dove ci saranno molti movimenti che analizzano alcune pratiche economiche profetiche risultanti da un concorso fatto in tutti i continenti, c’è tanta profezia nelle cose normali. Volevamo invitare esperti e politici, poi ci siamo detti lasciamoli perdere e invitiamo 150 preadolescenti, questo l’ho imparato dagli scout. Però se loro vengono devono essere presi sul serio, dobbiamo ascoltare il loro pensiero sul mondo, sulla povertà, sull’ambiente e sulla realtà. Insieme ad esperti invitiamo i ragazzi e li ascolteremo, senza idolatrali perché sono bellini e carucci (in un mondo senza divinità i bambini diventano dei), ma li ascolteremo in quanto persone con un pensiero. Quando Isaia vuol dare un segno di speranza indica un bambino. Geremia vive in un tempo tremendo quando sta arrivando Nabuccodonosor con i babilonesi e l’invasione di Gerusalemme con la distruzione del Tempio, l’unico vero tempio dell’unico vero Dio che viene sconfitto. Fu la fine di un mondo, una grande disperazione e credere in quel Dio sconfitto per gli Ebrei fu un salto nella fede enorme, da chi furono aiutati in questo? Dai Profeti. Ezechiele, il secondo Isaia e Geremia che vissero attorno all’esilio. Geremia disse chiaramente al popolo che la loro storia gloriosa (600 anni) era finita, non ci sarebbe più stato il sabato, il tempio ma la storia non sarebbe finita con loro. I falsi profeti annunciavano arrivi divini in difesa del popolo all’ultimo momento, ma i falsi profeti ruffiani dicevano al potere ciò che il potere voleva sentirsi dire, mentre il vero profeta raccontava la verità, anche se dura e difficile da comprendere, Geremia diceva di rassegnarsi ed arrendersi ai Babilonesi. Però un resto tornerà in patria (è bella l’idea del piccolo gruppo), non per tornare indietro nel passato del Regno, ma per guardare al futuro e ricostruire in modo diverso, forse meno grande e più povero, ma da quel resto poi nascerà Gesù.

Quale è il messaggio della speranza ai tempi della crisi: non si torna indietro al 2007, un mondo è finito, ma c’è futuro e non sarà peggiore. Geremia quando tutti scappano da Gerusalemme fa un segno (perché i profeti fanno dei segni e anche voi in quanto movimento profetico dovete lasciare dei segni concreti): torna in città e compra un campo. Quando tutto veniva svenduto perché tutti scappavano, lui compera un campo: è bellissima e dettagliata tutta la descrizione dell’acquisto e la spiega con la certezza che ci sarà un ritorno, ci saranno ancora figli e ci sarà ancora lavoro. Lui compra un campo ma non per sé, Geremia era già vecchio, ma per i suoi eredi, tutti non si fidano più, non credono più, scappano via; lui da un segno positivo sul futuro. La speranza è fatta di segni e di gesti, la profezia parla di cose concrete, Geremia parla di contratti-monete-argento-campi, parla della vita, ma guarda lontano!

Dove si vede oggi questa speranza? Il cristianesimo, la Chiesa, noi, dobbiamo capire che un certo mondo è finito, che un certo modo di vivere la fede e la religione non c’è più, ma non possiamo stare a rimpiangere il mondo del novecento, le parrocchie piene, con nostalgia; saremmo solo dei conservatori che vedono quel tipo di cristianesimo che non c’è più. Non è finito il cristianesimo, quella visione si, ma ci sarà ancora un cristianesimo perchè un resto esisterà, ma sarà molto diverso, e se noi oggi non siamo capaci di leggere i segni nuovi e stiamo a rimpiangere il passato, facciamo i falsi profeti. La profezia non guarda mai indietro, o se guarda indietro fa come nel rugby che si passa la palla indietro per poi andare avanti. Io sono molto preoccupato di un atteggiamento di una certa chiesa italiana che è molto nostalgica della pietas del novecento, che ha l’idea del proteggersi e difendersi da tutti e tutto, come se si fosse in una fortezza attaccata, è una idea non profetica. Dovrebbe dire che quella storia di cristianesimo è finita, ma si andrà avanti, avremo futuro, il cristianesimo non termina e sarà più bello e nasceranno cose grandi.

Dove è un grande luogo di speranza oggi? è nel lavoro. Cosa è la speranza nel lavoro? Innanzitutto diciamo cosa è il lavoro: il lavoro è la vita. Io sono un economista e non posso parlare male dell’economia e voglio parlare bene della vocazione dell’economia ovvero del lavoro. Tutta la vita passa dall’economia: è economia la relazione, la gente passa la vita a lavorare, tutto passa da lì, risparmi, consumi, scambi, scelte, l’economia ha un valore enorme. Se arrivasse un extraterrestre e mi chiedesse “in tre ore fammi vedere una cosa bella della terra” io lo porterei in una impresa. L’impresa rimane un luogo dove le persone, tutti i giorni, fanno azioni collettive generative: si mettono insieme per creare. Andiamo al lavoro perché ci piace fare le cose con gli altri, in una fabbrica o in ufficio, ci rimaniamo quarant’anni perché lì, con gli altri, ci piace stare, è una azione generativa collettiva. L’economia è anche questo: un luogo dove la gente ogni giorno fa cose. Il lavoro è tante cose insieme, ed è certamente vocazione: tanta gente si realizza lavorando, tutti si diventa grandi lavorando, si diventa adulti. Se un giovane non lavora non diventa grande, può avere tutti i titoli di studio che vuole ma fin che non va a lavorare non diventa adulto, la vita adulta comincia solo lavorando, e tener fuori dal lavoro tanti giovani vuol dire tener fuori dalla vita adulta tanti giovani, e ciò è un disastro. Lavorando ci si realizza: ad alcuni piace troppo e lavorano sempre, si mangiano la vita lavorando, ma il lavoro è bello quando finisce altrimenti è schiavitù. Gli Ebrei in Egitto lavoravano sempre, erano schiavi. Se non ho il tempo libero, se non ho la capacità di dire al lavoro tu non sei Dio io sono schiavo anche se guadagno 10000 euro al mese, sono uno schiavo iperpagato. Infatti quando Mosè va dal faraone a chiedere tre giorni di festa per andare nel deserto il faraone gli disse subito di no perché intuiva che far fare la festa ad uno schiavo avrebbe potuto indirizzarlo verso la libertà, perché gli schiavi non fanno mai festa. Se un lavoratore non ha la domenica per tornare a casa è uno schiavo. Certe imprese adorano questo tipo di lavoratore-schiavo. Non dobbiamo avere una visione totalizzante del lavoro: non è sempre vocazione, non è sempre schiavitù. Nella nostra esperienza sappiamo come alcune volte ci siamo alzati al mattino contenti di andare a lavorare altre volte non saremmo mai voluti uscire di casa. Ci sono di momenti dove il lavoro è molto difficile, non è il fratello lavoro ma è pur sempre vita. Senza entrare nella politica di questi giorni però è bene sottolineare che il vero tema non è il reddito ma il lavoro. Noi non possiamo dormire finché un giovane non lavora, non se non ha un reddito. È molto di più il lavoro del reddito. Un aiuto a chi perde il lavoro, magari dopo molti anni, è dignità; un reddito a chi non ha mai lavorato è molto pericoloso perché un giovane deve lavorare e se non lavora non diventa adulto, e non fa la cosa più bella che può fare: il lavoro.

Il lavoro ha molto a che fare con il dono, non è romanticismo o predica. Il dono è cosa molto seria tant’è che quando l’Occidente ha scelto un simbolo per il dono ha scelto un Crocifisso e non un Risorto, e tutto è fuor che romanticismo. Il dono è molto serio e il lavoro anche, e per questo stanno bene insieme. Cosa vuol dire che il lavoro è molto serio? vuol dire che io, quando vado ad insegnare al mattino all’università da questi giovani studenti, (esempio studente che parla male dei poveri), se non mi fermo un attimo e lascio fuori tutte le mie difficoltà, devo entrare nella classe e dare il meglio di me: la mia creatività, la voglia di vivere, l’entusiasmo la positività … se non faccio questo non lavoro, potrei mandare in classe un computer. Quello che ci metto io, me stesso, è un dono, è legato alla mia persona e non al contratto. Il prof Bruni ci mette il contratto – pubblicazioni, ore, e l’università compera il prof Bruni, ma l’università non può comperare Luigino, che assomma in se tutte quelle cose in più che sono dono. Chi di voi lavora o ha lavorato sa che se manca il di più, manca tutto e non solo un pezzo. In tutti i lavori se non c’è Luigino insieme al prof Bruni non è lavoro.

Il paradosso dell’impresa è che con il contratto può comprare la parte meno importante, non quella che realmente serve. Perché se l’impresa non ottiene tutta la persona (anche Luigino) che ci mette l’entusiasmo e quel di più di cui parlavo prima, l’impresa fallisce. Questo è bellissimo e tremendo nello stesso tempo: non potendo, l’impresa, comprare quella parte che più gli serve deve fare in modo che la gente doni ciò che essa non ha potuto comprare: questo è un paradosso fondamentale del managment di oggi. Se io non sono capace di mettere in grado gli altri di donare ciò che non posso acquistare, la mia impresa fallisce. Allora cosa accade: accade che gli essere umani lavoratori hanno una percezione molto forte di non essere capiti in quanto dono, perché l’impresa vede il contratto e fa molta fatica a vedere il dono (il managment è sempre più distante dal lavoro, i manager sono sempre a fare riunioni). L’impresa di fatto non è vicino ai lavoratori ed il dono lo si trova solo nel lavoro,  è dentro al lavoro normale, nella persona che lavora: se non gli si sta a fianco non si riesce a vedere. L’impressione dell’ingratitudine nell’impresa è grandissima: ognuno ha la sensazione di metterci molto e questo molto non è riconosciuto, nessuno dice grazie. L’impresa di fatto “ruba” il dono senza riconoscerlo e lo fa diventare contratto, quindi i lavoratori hanno l’impressione di una espropriazione di una parte intima di loro perché manca reciprocità. Questo è evidente perché se il managment riconosce il dono diventa vulnerabile, se dico grazie a Luigino divento riconoscente e quindi sono meno forte in termini di autorità; ecco perché l’impresa odia la gratuità, è un tabù, perché nell’ordinario il riconoscimento del dono fa diventare il manager più fragile. Se ci si da del tu, quando si litiga si è meno forti, e allora spesso quando si torna al lei, e questo e tremendo, quando dal tu si ritorna a lei è perché si vuole segnare la distanza e rimarcare l’autorità, si fallisce in termini di dono.

Ultima battuta: felicità e vocazione Abramo e Noè, in due minuti. Torniamo alla Bibbia, che è un libro tutto umano, perché ci parla di noi prima che di Dio, perché è piena di umanesimo. Quando Abramo comprende la vocazione alla felicità, “và ti mostrerò una terra promessa dove scorre latte miele e avrai una moltitudine di figli numerosi come le stelle del cielo” parte senza troppi problemi,  poi morirà esule in terra straniera e l’unica parte di terra che aveva comperato era quella della tomba della moglie Sara, tutto il resto della promessa non lo ottiene. Ma lui parte per essere felice, questa è una dimensione della vita e della vocazione umana, è una dimensione forte. Poi arriva Noè, anche se nella Genesi sta prima, e la sua vocazione è diversa: in un mondo guastato Dio si pente, manda il diluvio, ma sulla terra c’era un solo giusto, uno solo. Questo per dirci che a volte la massa critica è solo uno, uno può salvare tutto. Noè capisce che la sua chiamata è la salvezza dell’umanità, lui risponde e costruisce l’arca.

Se la vita non diventa impegno, ovvero salvare qualcuno, anche la vita religiosa diventa un consumismo di tipo emotivo. La vocazione è vera se diventa un’arca, per salvare qualcuno. Questa è una buona evoluzione di chi segue la voce di Dio: si comincia con la ricerca della felicità, poi si capisce che la propria felicità è troppo poco e vogliamo di più, quindi si cerca di salvare almeno una persona. L’idea che la felicità sia tutto è legata alla nostra modernità ed è un grande inganno: i nostri  nonni sapevano che la felicità è troppo poco, intanto perché non la trovi ma arriva non cercandola – è una regola della vita – ma poi perché sai che devi salvare almeno qualcuno. La maturità vera comincia quando si dice, “bene quale è la mia arca, chi salvo io prima di morire?”. Per qualcuno può essere la famiglia, un impresa, un movimento, un’opera … ma deve arrivare il momento che uno si dimentica della propria felicità per occuparsi di quella degli altri. Voi questo lo avete sempre fatto, avete la coscienza dell’arca. Qualche volta sull’arca ci puoi salire anche tu, qualche volta, come Mosè non si arriva e si vede da distante, dal monte Nebo, la terra promessa, dove andranno i figli ma lui è contento lo stesso.

Il mio invito è continuare a fare un po’ di più del molto che avete fatto fino ad oggi.

 

DIBATTITO

  • Dove oggi trova la felicità
  • Sono in pensione e non posso più donar quello che è stato il mio lavoro, non posso più donare le mie competenze
  • Quale strada di speranza per superare la povertà
  • Può essere un servizio quello di aiutare a smascherare le false speranze.
  • Spesso pensiamo al futuro dei figli ma più dal punto di vista privato e non come un destino collettivo.

 

La mia felicità: beh, io sono molto preso da tante cose e non penso alla mia felicità, non perché sono virtuoso, ma perché sono innamorato di ciò che faccio, senza essere troppo legato ai frutti perché  altrimenti inizia il mio tramonto. Io cerco di rimanere vivo diventando adulto. Mi piace molto l’immagine di Mosè che libera un popolo e poi non arriva nella terra promessa, ma ci arrivano gli altri.

La pensione è un tema molto grande e bello, ma è triste pensare di identificare la propria vita con la pensione. La vita si deve vivere sempre e non può essere  legata alla pensione … altrimenti che fai? fai nulla, guardi la tv?… devi fare cose diverse da prima si deve fare qualcosa … poi avremo l’eterno riposo. La pensione è una fonte di reddito non uno status di vita.

Speranze per superare la povertà. Ci vuole certamente tanto lavoro. Ho scritto che il tema delle povertà è grande e chi di solito si occupa delle povertà solitamente non è povero, quindi non ha vissuto sulla propria pelle ciò che vuol dire. Io ho avuto la fortuna di avere una infanzia non facilissima (quattro fratelli, mio padre pollivendolo e mia mamma non lavorava). Ho scritto che anche la povertà deve avere esperienze dirette. Allora si capisce che la povertà non è un problema di reddito ma di capitali.  Cosa significa? La povertà si manifesta anche come mancanza di soldi ma l’origine è una mancanza di capitali, non è un problema di flussi ma di stock; cioè quando mancano capitali sociali, educativi, familiari, umani, sanitari … questa mancanza di beni capitali diventa poi una mancanza di soldi; se io curo i soldi e non curo i capitali avrò della gente povera con un po’ di soldi. E un tema enorme e negli ultimi trent’anni si parla solo di questo: le povertà si curano in conto capitale e non in conto rendita. Quindi se io intervengo sul reddito e non mi preoccupo di intervenire sul capitale delle persone che richiede molti anni di lavoro nella scuola, nelle reti sociali, rischio di ottenere davvero poco. Quindi come si fa a combattere la povertà? Lavorando nella scuola e nelle comunità, nel rimettere in piedi un tessuto sociale che si è dissolto, ricostruendo l’appartenenza alla comunità che in Italia si è sfaldata. Rimettere in moto le comunità e combattere l’ idea culturale, che si sta radicando, che la povertà è colpa ed il povero è un colpevole. Questa era una idea tipica del mondo anglosassone, legata al calvinismo, per cui il povero era un fannullone. E’ l’antica idea contro cui lottano Giobbe e i Vangeli, ovvero il povero non è un maledetto ma semplicemente uno sfortunato, perché è nato senza capitali e allora và aiutarlo. Se passa l’idea che il povero è tale per colpa sua noi diventiamo esenti da qualsiasi forma di aiuto. Dobbiamo stare molto attenti, perché il povero non è più colpevole di un ricco, le colpe e le non colpe attraversano tutte le categorie sociali … tutto il libro di Giobbe è la difesa di questa idea: io sono solo povero e non sono colpevole; se c’è un colpevole è Dio che tratta così gli innocenti. Il libro è un processo a Dio che deve spiegare il perché muoiono i bambini e gli innocenti … Non ci libereremo della povertà se la consideriamo una colpa e la attribuiamo al povero

Poi il tema della false speranze, smascherarle è un grandissimo compito che dobbiamo avere tutti. Le false speranze sono il primo bene di mercato perché non costano nulla. Anche se sono fatte in buona fede fanno danni, anche se si è in buona fede ma si è incompetenti si fanno tanti danni ugualmente … e noi dobbiamo anche occuparci dei danni e non solo delle intenzioni.

Il tema dei figli e il bambino idolo … il tema è quello di voler bene ai figli degli altri. Per voler bene ai figli propri basta la natura, per voler bene ai figli degli altri ci vuole la cultura,  ci vuole educazione, se non ti educhi fin da bambino alla fraternità universale non diventa spontaneo farlo, ci sono i propri figli e poi i figli degli altri … uno dei segni che la vita funzione è che da piccoli si pensa a se stessi, da adolescente alla fidanzata e ai genitori,  poi alla moglie e ai figli ecc. poi da vecchi si ingloba nel proprio orizzonte tutti. Ecco perché quando passano gli anni la gente soffre di più, se soffre di meno non va bene. Se ora non sto male per l’Arabia, per la Siria, per ciò che avviene nell’Asia non và bene … la sofferenza per il non vicino dovrebbe aumentare con gli anni, non diminuire. C’è gente che soffre fisicamente per gli altri lontani, un male fisico non morale; lo star male è una forma alta d’amore, se non si soffre quando si vede per le strade la gente che sta male non va bene, dobbiamo imparare la pietas per gli sconosciuti, cosa che avveniva in passato … mia mamma si commuove davanti ai drammi raccontati nel telegiornale perché è cresciuta ed è stata educata con questi valori, mentre noi viviamo in un’epoca caratterizzata da anoressia di compassione, e ci vuole un lavoro specifico sui sentimenti che va fatto nella scuola e nella famiglia.

 

  • Ho capito che anche nel mio lavoro non riconoscono tutto quello che io dono e questa cosa è frustante e quindi poi si ha desiderio di andarsene in pensione. Non mi interessa un incentivo economico in più ho capito che ciò che manca è il riconoscimento del dono ….

Lavorare a sessant’anni non è come a venticinque. Ci vuole molta più fatica a mantenere la gioia che ad amare il dolore, perché la gioia va via, deve essere difesa perché con l’età c’è la tendenza al nichilismo … dobbiamo imparare ad invecchiare e morire, dobbiamo sapere morire bene, Abramo morì sazio di giorni. L’unico modo per invecchiare bene è accettare di invecchiare. Dobbiamo trovare la capacità di rimetterci continuamente in gioco, morire e rinascere. Infine vorrei ancora dirvi – è una legge della vita – che non si conosce una persona fin tanto che non la si vede sul lavoro, nel bene e nel male, perché il lavoro è rivelativo. Questo rivelarsi a se stessi e agli altri cambia molto nel corso della vita e quindi non dobbiamo farci battere dal nichilismo che avanza con l’età. È importante non invecchiare da soli, nel mondo islamico quando un vecchio muore gli si mettono attorno tutti i nipoti …

 

  • Avvenire lo scorso anno arrivava a tutti gli iscritti, ho letto molti suoi articoli e li ho tenuti, oggi però avverto come molti leggono poco e non interiorizzano la realtà che cambia, anche nella chiesa non si percepisce il nuovo che avanza e non si riesce ad abbandonare la vecchia mentalità, assieme dovremmo cercare delle risposte più decise.
  • Ha parlato di scoprire il senso di appartenenza collegato alla amicizia civile, che è qualcosa più del rispetto, ma nei social questo vacilla, come declinarlo al giorno d’oggi?

Nel momento in cui c’era il crollo generale dell’impero romano due persone hanno fato cose grandi: uno era Agostino che diceva sta cambiano il mondo, crollato il passato nascerà il cristianesimo, una nuova civiltà e Benedetto da Norcia che fece nascere di fatto il monachesimo occidentale, l’ora et labora, fu la rinascita dell’Europa. Per far vedere che qualcosa sta rinascendo occorre fare delle opere, occorre fare qualcosa: la profezia parla con la parola ma anche con gli atti, i gesti e le opere profetiche sono importanti.

L’amicizia civile deve essere consolidata, come si fa? Certamente è difficile, il mondo dei social ha esasperato i toni perché lì manca il corpo. Quando incontro una persona e si discute, la guardo in faccia  e la reazione del corpo mi da una disciplina e mi parla dell’altra persona; quando invece sono solo davanti ad una tastiera mi manca proprio la dimensione di cura dei rapporti. Gli strumenti sono fondamentali perché sono un pezzo di vita, non possiamo farne a meno, a qualsiasi età dobbiamo cominciare a far un’arca, come Noè, ma come fare? Mi piacerebbe fare un grande patto per i giovani, ovvero aiutare le imprese perché possano offrire l’opportunità e dare 5 anni di fiducia ad un giovane, dopo gli studi, una sorta di ospitalità collettiva perché il giovane possa imparare un mestiere. Non si può fare una amicizia civile se non si parte dai giovani che sono il presente ed il bello di una civiltà. Anche l’idea del servizio civile universale è una idea interessante per coinvolgere tutti i giovani ad occuparsi di qualcosa di utile e bello. Oggi abbiamo poca creatività su ciò che può ricreare una appartenenza profonda oltre al nostro privato. Provate voi che siete un grande e bel movimento. Fate in modo che la vostra tradizione di comunità vada avanti, perché è un bene comune globale da custodire e da non perdere.

 

  • In passato molti si sono arricchiti con i Bot, e alcuni anche andando in pensione presto e continuando a fare altro, non dovrebbero sentirsi in colpa?

Si dovrebbe chiederlo a loro … Siamo stati tutti figli della rendita, perché negli anni passati c’è stato un incentivo collettivo a vivere di rendita (falsa speranza) e non di profitto (che è l’azione dell’oggi), una illusione di vent’anni tra gli anni ’80 e ‘90 è stata un peccato collettivo, anche quelli che sono andati in pensione dopo 15 anni …. Potevano e che colpa ne hanno? non va bene la cultura della colpa, non aiuta niente, dobbiamo guardare avanti. Ci vuole un giubileo, non i condoni, ma una ripartenza collettiva dopo un anno di pace; non aiuta a guardare il male passato, dobbiamo guardare che il passato negativo non impedisca ciò che si può fare qui ed ora, che è la responsabilità umana. Che vale per tutti soprattutto per chi ha fede.

Grazie a tutti.

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