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"Siamo uomini e donne provenienti da strade ed esperienze diverse, ma uniti dalla convinzione che lo scautismo è una strada di libertà per tutte le stagioni della vita e che la felicità è servire gli altri a partire dai più piccoli, deboli ed indifesi" (dal Patto Comunitario degli Adulti Scout)
Consiglio Regionale
 
 
CONSIGLIO REGIONALE DEL 13 GIUGNO 2008

Tratto da “Avvenire” Giovedì 23 Maggio 2008 pag 10

A Lamezia Terme alcuni nomadi sono soci lavoratori di una cooperativa che si occupa della raccolta dei rifiuti sul territorio.

ANTONIO MARIA MIRA

Massimo suona il citofo­no del condominio. «Signora, gentilmente può aprirmi che devo svuotare i bidoni?». E il portone si apre su­bito. Massimo, 30 anni, papà di due bambini, è un rom, socio la­voratore della cooperativa 'Cia­rapanì', 'tenda' nell’antica lin­gua del popolo nomade. Nessun problema per lui, perché qui a Lamezia Terme i rom svuotano gli appartamenti...dai rifiuti. Raccolta differenziata porta a porta: sì proprio così, casa per casa. Loro, gli zingari, trattati spesso come i rifiuti della so­cietà, vengono a portare via i ri­fiuti, quelli veri. Gentili, effi­cienti, professionali. Massimo quando trova i bidoni troppo pieni, oppure coi sacchetti per terra o ancora con all’interno 'spazzatura' (chiama proprio così l’indifferenziata) si segna tutto per fare rapporto. «Servi­rebbe più collaborazione e in­vece c’è chi butta per terra». Ci tiene al suo lavoro e la gente, do­po i primi sospetti, ora è molto contenta. «Prima ci guardavano dalle fessure delle serrande – di­ce un altro rom – e telefonava­no preoccupati al comune: 'Ma sono zingari...'. Poi ci hanno co­nosciuto e siamo diventati ami­ci ». I giovani rom si sentono cala­bresi a tutti gli effetti e come ta­li vengono trattati. Una bella sto­ria di riscatto, di integrazione, di crescita personale e comunita­ria, che viene da lontano, dai banchi di scuola. Ce la racconta Marina Galati (lei non è rom), promotrice e animatrice della cooperativa. Un cammino co­minciato venti anni fa a scuola, quando sono stati seguiti del­l’associazione 'La strada', una delle iniziative del 'Progetto Sud' fondato da don Giacomo Panizza, un sacerdote brescia­no giunto a Lamezia trent’anni fa e ormai calabrese di adozio­ne (è anche condirettore della Caritas diocesana). I bambini rom sono stati aiutati a scuola (così come oggi). E anche le lo­ro famiglie. Poi, una volta cre­sciuti, la nascita della coopera­tiva. Un bel progetto che loro stessi hanno poi presentato in un incontro con la popolazione. Per far capire cosa facevano e chi erano diventati. «I nomadi spie­gano i nomadi». Tre volte a settimana passano nei palazzi (per ora il 60% di La­mezia), suonano al citofono, la gente apre tranquillamente e lo­ro svuotano i contenitori dei ri­fiuti. Portano via separatamen­te, la carta, la plastica, il vetro, i metalli e l’organico, pagati dal Comune per svolgere questo im­portante servizio. Non l’unico. Gestiscono anche il parcheggio dell’ospedale (hanno una con­venzione con la Asl). Sì, proprio i rom, accusati, spesso a ragio­ne, di compiere i furti di auto, qui invece alle auto fanno la guardia. «Dove i nomadi creano un problema sono i nomadi a ri­solverlo », spiegano con orgoglio. Oltretutto il parcheggio si trova vicino al vecchio campo dove vi­vono ancora le altre famiglie rom, anche la mamma di Mas­simo: «Lei è molto contenta del mio lavoro. Gli altri all’inizio ci prendevano in giro: 'Arrivano ’i spazzini'. Ma noi eravamo sul­la strada per uscirne, mentre lo­ro hanno proseguito con furti e lavoro nero. Ora ci guardano con invidia e qualcuno ci chiede se gli troviamo un lavoro».
Sempre la cooperativa ha un pullman, specializzato per ospi­tare disabili, l’unico del Sud, e organizza gite soprattutto per le associazioni che si occupano di handicap. Davvero dei bei lavo­ri, molto utili alla città e che dan­no di che vivere a 24 persone. Un’immagine diversa nel rap­porto tra la popolazione e i rom, anche se loro dicono con forza: «Noi ci sentiamo tutti lametini». Hanno sposato ragazze non rom e vivono in mezzo all’altra gen­te. Insomma sono normali fa­miglie calabresi. E ora guarda­no al futuro. Così oltre ai rifiuti e al parcheggio quattro di loro stanno studiando per diventare installatori di pannelli solari sul­le case. Energia pulita, lavoro doppiamente pulito. Per loro, ancora una volta, porte aperte.

 
 
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