“Oggi, l’Europa ha la possibilità di bloccare il «virus dell’individualismo radicale»


“Da alcune parti nel Masci è stato chiesto di dire qualcosa riguardo alla disponibilità dei vaccini anti covid, mi sembra che questa possa essere una semplice riflessione da condividere anche con altre associazioni e sulla stampa, per chi ne vorrà far uso”.

Massimiliano Costa – presidente nazionale

L’attuale situazione di pandemia mondiale e le conseguenti politiche di gestione dei vaccini inducono una riflessione che è certamente giuridica con anche importanti risvolti etici, e che comunque non può essere solo di tipo economico. Alcuni hanno già chiesto al Governo italiano che faccia sentire alle preposte Istituzioni europee e in particolare alla Commissione UE l’urgenza e la necessità di derogare alle regole vigenti in materia di proprietà intellettuale per consentire la produzione su scala molto più vasta dell’attuale e la più ampia diffusione possibile innanzitutto dei vaccini, ma anche degli altri presidi sanitari indispensabili per il contrasto alla diffusione del virus SARS-CoV-2, che ha pesantemente condizionato la vita di ciascuno nel mondo intero da un anno ad oggi.

Questa pandemia sta già segnando il corso della storia dell’Europa e in particolare dell’Unione europea, costretta a ripensare in tempi repentini le rigide regole macroeconomiche che per decenni hanno contraddistinto il duro rapporto dialettico tra istituzioni europee, Stati del Nord e Stati del Sud del continente. L’on. Bindi, il prof. Garattini e la prof.ssa Dentico hanno sottolineato in una significativa riflessione pubblicata da Avvenire che “Oggi, l’Europa ha la possibilità di bloccare il «virus dell’individualismo radicale» di cui parla papa Francesco e impedire che la legge del mercato e dei brevetti abbia la precedenza sulla salute dell’umanità”. Da adulti scout cattolici, non possiamo che aderire e fare nostre queste parole. Ci permettiamo solo di aggiungere due brevi considerazioni, che provengono dal Magistero e dagli stessi Trattati istitutivi dell’Unione europea.

Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, il diritto di proprietà e la libertà di impresa sono chiaramente funzionalizzati alla realizzazione di valori ben più alti del lecito profitto, che pure è giusto che l’imprenditore e il creatore delle opere conseguano. Infatti, “i beni, anche se legittimamente posseduti, mantengono sempre una destinazione universale” (n. 328), per cui, se è vero che “la libera e responsabile iniziativa in campo economico può essere anche definita come un atto che rivela l’umanità dell’uomo in quanto soggetto creativo e relazionale” e che “tale iniziativa deve godere … di uno spazio ampio”, guardando soprattutto alla “dimensione creativa” che è “un elemento essenziale dell’agire umano, anche in campo imprenditoriale, e si manifesta specialmente nell’attitudine progettuale e innovativa” (nn. 336-337), è altrettanto doveroso che l’impresa si caratterizzi “per la capacità di servire il bene comune della società mediante la produzione di beni e servizi utili” (n. 338). Infatti, “oltre a tale funzione tipicamente economica, l’impresa svolge anche una funzione sociale” e “la dimensione economica è condizione per il raggiungimento di obiettivi non solo economici, ma anche sociali e morali, da perseguire congiuntamente”. Di tali indicazioni morali fa ottima sintesi il Santo Padre al n. 123 dell’enciclica Fratelli tutti: “in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria … Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso”. Ci sembra sin troppo chiara la necessità di applicare questi principi all’odierna produzione dei vaccini e degli altri strumenti necessari per la lotta al Covid: nessuno nega alle multinazionali del farmaco il diritto a conseguire un giusto profitto dalle loro ricerche, ma ciò può e deve essere contemperato con l’utilità sociale di esse, che devono, nel minor tempo possibile, essere rese disponibili a tutti i paesi e a tutte le persone. A cosa servirà, infatti, raggiungere l’immunità in una sola categoria sociale o in un solo Stato, se altrove la pandemia continuerà a imperversare, minacciando il suo ritorno laddove si credeva sconfitta?

Crediamo di non osare troppo auspicando un vero e proprio esproprio dei brevetti, consentito dalla legge, ed è ciò che molti direttamente o implicitamente propugnano. Del resto, anche il diritto dell’Unione europea, all’art. 17 della sua Carta dei diritti fondamentali, ammette che la proprietà privata possa esser espropriata per ragioni di interesse generale e nulla osta a che il principio si applichi anche alla cosiddetta proprietà intellettuale e ai brevetti, compresi quelli farmaceutici. Un indizio di ciò lo si trova anche nel Trattato sul funzionamento dell’Unione, che, all’art 36 consente eccezionalmente, per ragioni di tutela della salute, restrizioni alle esportazioni, come pochi giorni fa il Governo ha ordinato rispetto a dosi di vaccino AstraZeneca che stavano per essere spedite in Australia. Questa è, a nostro avviso, la strada: far divenire beni pubblici tutti i presidi necessari per la cura delle persone e la fine della pandemia. Sappiamo che ci vuole molto coraggio per farlo, nella società occidentale che continua ad esser dominata dalla logica del puro profitto, in cui la cura dei deboli è ancora relegata alla logica degli aiuti e dei sussidi, più che a quella dei diritti disponibili per tutti. Proprio questo, però, è il momento favorevole. Come ci insegna ancora Papa Francesco, gli anni che viviamo non compongono semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma un vero e proprio cambiamento d’epoca. Solo se l’Europa saprà coglierlo, dando priorità al valore della persona su quello del mercato, ai diritti sociali sui doveri del bilancio, essa sopravvivrà alla pandemia e potrà mostrare ai mondi altri fuori di sé, quelli del liberismo senza limiti e delle dittature che annientano l’uomo, non solo che una democrazia unita di ventisette Stati è possibile, ma soprattutto che essa può assicurare a tutte le persone dignità, pace, sicurezza e salute. Il continente che ha dimenticato cosa sia la guerra ha, oggi, il dovere di insegnare al mondo che si potrà dimenticare anche la povertà e l’esclusione.